Ho ancora negli occhi il Rourke versione Randy “the ram” Robison – capace di commuovermi – quando, leggendo la sua biografia, mi rendo conto che il personaggio portato da Mickey sullo schermo gli calza a pennello. Forse è proprio per questo che alla recente Mostra del Cinema di Venezia il film The Wrestler ha vinto come miglior pellicola e tanto ha entusiasmato Wim Wenders, presidente di giuria che nel momento della premiazione ha voluto a tutti costi sul palco Rourke (per una bizzarra regola nella Laguna lo stesso film non può vincere sia come miglior pellicola, sia come migliore interpretazione). Perchè in fondo Randy e Mickey, il protagonista della storia e il suo volto sulla scena si somigliano, realtà e finzione cinematografica si intrecciano (non “recitano” anche gli stuntman del wrestling o le ballerine di un night club?). D’altra parte Rourke è stato un pigile, è stato una star, ha conosciuto – per sua stessa ammissione – la via dell’autodistuizione e la sensazione di non rispetto verso sé stesso e la propria professione. Sì, l’interpretazione di Rourke mi ha davvero entusiasmato. Certo la regia di Darren Aronofsky ha saputo dare risalto al declino del protagonista ma il palco – come il ring – è stato tutto per Randy. Un wrestler reso umanissimo, che non può non fare tenerezza mentre russa nella sua roulotte, mentre si sistema l’apparecchio acustico, mentre cammina indossando dei vestiti rattoppatti con del nastro adesivo, mentre tenta di ricostruire rapporti sociali per non restare solo. Il racconto di una ex-divo incapace di vivere una vita “normale” e costretto a umilianti comparsate per sbarcare il lunario non è originalissima, ma la prova di Mickey Rourke è capace di trasmettere appieno la fragilità di un uomo che sul ring nonostante gli anni rimane sempre il più acclamato, ma che nella sfida contro la vita non vanta successi né può fare affidamento su persone in grado si sostenerlo come solo il suo pubblico delle sue arene sa fare. Un fim emozionante, davvero una bella sorpresa (da sottolinare anche la bella canzone scritta dall’amico Springsteen a Rourke proprio per la colonna sonora della pellicola).
Film
Sonbahar, Autunno
Sempre per la rassegna di Locarno a Roma, lo scorso venerdì ho visto Sonbahar (Autunno), un film di Ozcan Alper. Il personaggio chiave del film – premio arte & essai CICAE – è Yusuf, un uomo che in virtù della sua lotta per la democrazia nel suo Paese, una volta rilasciato dopo un lungo periodo di prigionia torna nel suo paese natale. Ad attenderlo c’è la madre e un amico di infanzia, Tolto. I giovani della sua età, come del resto la sorella, hanno lasciato il piccolo villaggio per cercare maggiore fortuna altrove. Yusuf è malato è in un paese di ormai soli anziani rimane ancora ostaggio dei ricordi di quando era studente e credeva e lottava per la propria causa. Ora infatti è spento, quasi incace di reagire di fronte a una vita che al di fuori del carcere sempre passare velocissima. L’unico appiglio alla sua monotona vita è rappresentato da Elka, una giovane conosciuta una sera in un bar. Ma la solitudine e i traumi subiti non sono facili da superare e ormai Yusuf si sente vuoto, incapace di reagire, vittima della propria cronica tristezza.
Film dai bei paesaggi (incredibilmente si possono apprezzare sia le onde del mare che la neve dei monti), con pochi dialoghi che scorre – un po’ come alcune pellicole coreane – con una ricerca lentezza.
Choke, soffocare
Ho avuto modo di vedere (in versione originale sottotitolata) una delle pellicole del 61esimo festival di Locarno, il cui titolo è Choke (Soffocare).
Regia di Clark Gregg il film è il riadattamento dell’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk (famoso per Fight Club) e presenta, con un spassosissima vena ironica, le vicende di Victor Mancini un ragazzo sesso-dipendente che, lasciati gli studi di medicina, lavora come figurante in un parco che ripropone alle scolaresche la vita dell’America dei coloni. E come sul lavoro, anche nella vita reale Victor è imprigionato nel suo passato: da una parte non riesce più a parlare con la madre se non fingendosi un avvocato, dall’altra pur seguendo delle terapie di gruppo (in compagnia del miglior amico) non è in grado di superare la propria sete di fisicità. Forse il suo ricercare il piacere fine a sé stesso rappresenta una sorta di fuga dai problemi (e in fondo dalla vita), sta di fatto che con il peggiorare delle condizioni della madre Victor inizia a pretendere delle spiegazioni, delle risposte alle domande che si è sempre posto ma che non hanno mai avuto risposta: smette di fuggire, si mette in gioco e decide di affrontare i propri sentimenti e la verità alla base della propria esistenza. Il film – che rispecchia fedelmente il libro differenziandosi un po’ solo nel finale – è una serie di sketch divertenti, provocatori (i richiami alla religione sono davvero esilaranti) che raccontano di come un uomo affronti le proprie debolezze, le proprie incertezze, di quali ingegnosi piani riesca a pianificare per accumulare il denaro sufficinte a sopravvivere e di quanto coraggio poi dimostri nell’affontare la vita lasciandosi guidare dal proprio istinto. Perchè in fondo Victor ci rappresenta.
Friji (Horror) Film Festival
Sono un appassionato delle pellice horror anni ’50. E quando ho saputo che in il mikshake Friji ha scelto di comunicare con un sito e una serie di video che vedono come protagonista la diabolica Martha e i poveri cittadini di Four Ridges, ho praticamente sentito il dovere morale di segnalare l’inziativa ad opera di Grey London. Tra l’altro il sito del prodotto, in pieno stile UGC, permette di caricare il proprio horror movie. Le migliori opere saranno trasmesse il 14 agosto al Friji Film Festival di Londra e verrà inoltre realizzata una sorta di un collage di 8 minuti delle migliori opere. Inquietante (ma cosa chiedere di meglio in una calda estate?).