Non di sola pubblicità vive l’uomo. E nemmeno i giornali.

Img: nytco.com

Da alcune settimane la New York Times Company ha pubblicato il resoconto dei primi quattro mesi del 2015 che, per quel che riguarda i ricavi, ha fatto registrare una flessione forse inattesa.
La percentuale negativa (-1,6%) è frutto prevalentemente della (continua) discesa delle entrate pubblicitarie calate, rispetto al primo quarter dello scorso anno, del 5,8%.
Questo, nonostante l’aumento degli abbonamenti digital-only il cui valore rispetto al 2014 è salito del 14,4% che equivale a circa +20% in termini di nuovi utenti abbonati.
Se gli introiti della pubblicità digitale salgono del 24% rispetto al 2014 – arrivando a rappresentare il 28% delle revenue del gruppo – tale percentuale resta troppo risicata per far fronte al calo percentuale di 11 punti del saldo delle pubblicità a stampa.
Allora, che fare? Domanda alla quale risulta molto difficile dare una risposta.
L’applicazione mobile NYT Now che avrebbe dovuto, secondo le previsioni, avvicinare il pubblico giovane alla testata non si è rilevata, in termini numerici, così efficace. Tanto che nei giorni scorsi, con l’aggiornamento alla versione 2.0, l’applicazione ha di fatto abbandonato la richiesta di pagamento mensile (7,99 dollari mese) diventando gratuita e puntando su pubblicità e sponsorizzazione di contenuti (o della stessa app).
Ciò che pare trapelare da alcune delle ultime dichiarazioni di Mark Thompson – CEO di NYT Co. – è, in generale, un ripensamento delle strategie adottate dalle varie testate per attirare nuovi “clienti” (l’utilizzo della parola “customers” invece di “readers” risulta piuttosto significativo). Una delle soluzioni identificate è quella proporre una più variegata scelta tra le diverse tipologie di abbonamento digitale: una gamma di proposte differenti per prezzo e per contenuti potrebbe infatti contribuire ad allargare il bacino di lettori.
Come potenzialmente si appresta ad incrementare il numero di abbonati anche la collaborazione con il Financial Times in virtù della quale le due testate hanno da alcuni giorni inaugurato un nuovo Digital Access Program in grado di offrire l’accesso illimitato ai contenuti online dei due prestigiosi giornali per i clienti collegati ai network delle strutture alberghiere statunitensi.

Se da un lato continua la ricerca di formati di advertising più efficaci rispetto a quelli in uso, dall’altra parte notevoli sono gli sforzi per tentare di diminuire la dipendenza dei gruppi editoriali dalla pubblicità.
Forse, per i media, la sfida della “rivoluzione digitale” consiste proprio nel cambiamento di prospettiva che dalle esigenze degli inserzionisti porta a doversi confrontare in primis con le necessità e i comportamenti del proprio pubblico di riferimento. Che, da soggetto indefinito e passivo, diventa sempre più centro del mondo informativo.

Verizon e AOL puntano su mobile e video adv. E i contenuti?

Img: adage.com

Quando alcuni giorni fa si è diffusa la notizia circa l’annuncio da parte di Verizon – colosso statunitense della telefonia – di aver raggiunto l’accordo per l’acquisto di AOL (4,4 miliardi di dollari, 50 dollari ad azione), molti hanno sottolineato come l’operazione sancisse il successo dei “contenuti”. In effetti AOL, nel corso degli anni, ha saputo trasformarsi da provider e gestore di servizi (chi non ricorda C’e posta per te?) in una delle più rilevanti realtà statunitensi del comparto digital media con, nella propria faretra, frecce quali The Huffington Post, TechCrunch e Engadget.
L’impressione però è quella che Verizon non si appresti ad acquistare AOL per le redazioni – seppur di primo piano – quanto per ciò che tiene uniti i diversi spazi informativi, l’Ad Network. Seguendo una strategia differente da quella del “rivale storico” Yahoo – che ha puntato su tecnologie di contenuti quali Yahoo Answers e Tumblr – AOL ha focalizzato i propri sforzi economici nello sviluppo di una piattaforma pubblicitaria in grado di sfruttare, oltre agli spazi di proprietà, anche un network di altri siti (più di 450 publisher) attraverso i quali diffondere i messaggi pubblicitari dei propri inserzionisti.
Inoltre, con l’acquisto nell’estate 2013 di Adap.tv, AOL ha voluto nuovamente imprimere un cambio di velocità all’azienda. Facendo tesoro della propria esperienza nel campo del display advertising, infatti, AOL ha deciso di scommettere sul formato video, evoluzione interattiva e multimediale del banner.
In realtà AOL ha dimostrato un certo interesse per i video non solo sotto il profilo meramente pubblicitario quanto anche dei contenuti di intrattenimento: AOL Originals e Huffington Post Live rappresentano due degli esperimenti con il maggior seguito. Con il primo AOL si cimenta nella vera e propria produzione di contenuti video premium, con il secondo fa concorrenza online ai canali all news televisivi.
In fondo, è lo stesso Tim Armstrong, CEO di AOL che, informando i dipendenti della trattativa con Verizon, ha presentato l’azienda come una “media platform company” che, vinta la sfida del video, punta ora al successo nel mobile. Con percentuali sempre più in crescita di traffico in mobilità (Armstrong indica in 80% la percentuale della media consumption prevista per i prossimi anni), poter contare su un’infrastruttura come quella di Verizon potrebbe consentire a AOL di, diciamo così, chiudere il cerchio imponendosi sul mercato pubblicitario come punto di riferimento.
Non stupisce dunque che, proprio mentre nel quartier generale di New York si brindava alla vendita di AOL, tra i giornalisti dell’azienda iniziasse a serpeggiare qualche timore. Prima di tutto per l’indipendenza verso un colosso che su temi quali la net neutrality e la privacy online non si è dimostrato apertissimo al confronto. E, in secondo luogo, vista la difficoltà di rendere l’industria del giornalismo online scalabile e profittevole, la paura riguarda potenziali cambi nella strategia del neonato gruppo che potrebbero portare a un ridimensionamento proprio dei contenuti. Malgrado questi siano necessari ai video pubblicitari.

FOLD, la piattaforma che “piega” il testo alla multimedialità

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Dalla scorsa estate seguo gli sviluppi di un interessante progetto realizzato sotto l’egida del MIT Media Lab, chiamato FOLD che, alcuni giorni fa – precisamente in data 22 aprile – è stato pubblicamente lanciato. L’ambizioso obiettivo di FOLD è quello di supportare i contenuti multimediali per rendere l’esperienza di lettura interattiva e accattivante. Nato dalla sfida lanciata da Ethan Zuckerman a una classe di studenti del corso “Future of News and Participatory Media”, il primo prototipo di FOLD è stato realizzato da Kevin Hu e Alexis Hope: una storia di sei paragrafi nella quale al testo vengono affiancate mappe, video e immagini. Insomma, qualcosa di analogo a Snow Fall, l’articolo-racconto del 2012 del New York Times che proprio in virtù dell’originale unione di testo e contenuti multimediali (video, animazioni e grafica) si aggiudicò un Premio Pulitzer. Ma molto più semplice da realizzare (anche se certo, non dello stesso impatto grafico).
I buoni giudizi sulla proposta convincono Hope a proseguire lo sviluppo di FOLD quale sua tesi del master consentendole, contemporaneamente, di ottenere la supervisione del MIT. E, pochi giorni fa FOLD ha iniziato ad essere a disposizione degli utenti che possono leggere e caricare le loro storie.
In sintesi FOLD è una piattaforma open source che consente la pubblicazione di storie modulari: chiunque scriva un testo può associare con semplicità a ciascun paragrafo delle “context card” quali video, mappe, tweet, audio, gif animate, slide e altre visualizzazioni interattive. L’idea è appunto quella di superare il testo, contestualizzando grazie a degli inserimenti multimediali che ne definiscono meglio il significato.
Lo schermo è diviso essenzialmente in due colonne: alla sinistra il testo, alla destra gli elementi multimediali a cui lo scritto rimanda. In alto una immagine di testata. Il pannello di controllo che consente di inserire le context card mi ricorda Storify: nel menu si può scegliere la tipologia di elemento da caricare con la possibilità di creare una sorta di scheda che funge da anteprima testuale per consentire all’utente di capire a cosa la card rimanda.

Una volta terminata questa scrittura multimediale, il pezzo può essere condiviso (via Twitter o Facebook) e/o salvato – previa registrazione – tra i preferiti (a breve, secondo quanto riportato nelle FAQs, sarà possibile anche combinare “card” di diverse storie e diversi autori).

L’elemento nuovo è la possibilità che FOLD offre agli utenti di visualizzare i rimandi multimediali di un testo nella stessa schermata di quest’ultimo. I link, in altre parole, non rimandano ad altre fonti esterne al sito ma viene creata una struttura a livelli formata da più elementi che contribuiscono al racconto.

Per coloro che invece si occupano di storytelling, l’originalità di FOLD sta nel proporre una piattaforma semplice e intuitiva che consente a chiunque di scrivere in maniera multimediale e interattiva.

In bocca al lupo al giovane team di FOLD, bel progetto!

FOLD Authoring preview from Alexis Hope on Vimeo.

BuzzFeed e Dove: non laviamocene le mani

Img: gannett-cdn.com

Circa due mesi fa, in un mio post, analizzai le policy di BuzzFeed. Al di là di quanto stabilito dal vademecum per chi lavora o collabora con la redazione, ho apprezzato soprattutto la volontà di condividere con il proprio pubblico i punti salienti entro i quali si sviluppa il lavoro della testata. Una trasparenza che, a mio avviso, avrebbe potuto avvicinare i lettori rendendoli in qualche modo partecipi del modello editoriale. Tra i punti più rilevanti indicati da BuzzFeed c’è la volontà di non eliminare alcun contributo: nel caso in cui qualche informazione pubblicata non sia corretta o sia diventata obsoleta, l’articolo verrà aggiornato e corretto inserendo delle note a spiegazione delle modifiche effettuate.
Qualcosa però, nelle ultime settimane, non ha funzionato esattamente come previsto dalle policy. In particolare, ha suscitato il mio interesse il “caso Dove” che qui sintetizzo: Arabelle Sicardi scrive un articolo circa una delle ultime iniziative legate alla campagna pubblicitaria Dove. Il brand di Unilever ha infatti realizzato un video che riprende alcune donne che, nei pressi di una stazione, dovendo scegliere tra l’ingresso beautiful e quello average appositamente preparati da Dove, tendenzialmente scelgono il secondo. La finalità del progetto prosegue sulla falsa riga di quanto precedentemente realizzato dal brand che punta, attraverso pubblicità emozionali, a rendere maggiormente consapevoli le donne della loro bellezza (benché questa non segua i canoni dello showbiz). Il post, in realtà, risulta piuttosto duro nei confronti di Dove: viene criticata la scelta di semplificare eccessivamente la realtà suddividendola solo tra due parametri (o sei bella o sei nella media) e, soprattutto, viene imputato al brand di proporre sul mercato prodotti contro la cellulite o per una pelle più bianca con i quali “correggere” le imperfezioni alla faccia del messaggio #choosebeautiful.
Il punto però non è (solo) quello legato alla percezione dell’iniziativa Dove da parte delle consumatrici. L’aspetto interessante della vicenda è il fatto che BuzzFeed decide di cancellare l’articolo – in contrasto alle direttive che invitano gli editor a una scrittura che “presenti” piuttosto che “dica” sulla base di personali valutazioni – venendo meno alle policy che la testata stessa aveva deciso di condividere.
L’articolo è poi reso nuovamente disponibile online e Ben Smith, caporedattore di BuzzFeed, fa ammenda su Twitter pubblicando la lettera da lui inviata a tutto lo staff nella quale si scusa per l’esagerata reazione e sottolinea come l’iniziale scelta di eliminare gli articoli (una situazione analoga a quella del post su Dove pochi giorni prima era emersa con il gioco da tavolo Monopoli) non sia stata dettata dalle pressioni degli inserzionisti (come provocamente ipotizzato da The Gawker). Qualche dubbio infatti può legittimamente nascere. Perché, in fondo, una cifra importante del business di BuzzFeeed proviene dalla realizzazione/diffusione di contenuti sponsorizzati e Unilever, si sa, è tra i marchi che più investino in pubblicità. Secondo quanto comunicato dalla redazione, il marchio di Dove, Axe e molti prodotti, non investe su BuzzFeed dall’ottobre 2013 anche se gli articoli sponsorizzati, frutto della collaborazione tra il brand e la testata, sono ancora online. Al di là del caso specifico, mi chiedo: quanto il native advertising legato alle redazioni finisce con l’influire sullo spirito critico di una testata nei confronti degli inserzionisti?

ps: Arabelle Sicardi, dopo la cancellazione del post, ha rassegnato le dimissioni da BuzzFeed

Toronto Star, quando il paywall non è sinonimo di successo

Img: jpress.journalism.ryerson.ca

Oggetto delle riflessioni condivise nel blog sono spesso grandi testate, gruppi editoriali che possiedono ingenti risorse per finanziare la ricerca di approcci innovativi alla Rete. Quella che mi appresto a sintetizzare è invece una di quelle storie che, pur di secondo piano rispetto ai nomi altisonanti del “quarto potere”, offre indubbiamente spunti interessanti da valutare.

Nell’estate del 2013 il quotidiano più diffuso in Canada, il Toronto Star, a seguito del rinnovamento del design del proprio sito di inizio anno, introduce il paywall.
Consentendo di leggere solo 10 articoli gratis al mese, il giornale della Toronto Corp. punta, con gli abbonamenti, a recuperare i mancati introiti della pubblicità a stampa, di giorno in giorno sempre più in declino. Non si tratta di una “barriera” rigida: restano visibili gratuitamente a tutti gran parte degli articoli della homepage oltre ai video e, per utenti che mensilmente rinnovano, con un pagamento automatico, il proprio abbonamento al cartaceo, risulta un interessante servizio aggiuntivo a spese zero. A livello promozionale, tra l’altro, il primo mese di abbonamento è offerto a 0,99 centesimi, che poi diventano 9,99 dollari ogni trenta giorni.

Per la scena canadese la strada intrapresa dal Toronto Star non è una novità. Il paywall è infatti già stato precedentemente adottato da altri giornali molti diffusi nel Paese quali, ad esempio, il National Post e il Globe and Mail, anche se con differenti tipologie di prezzo e offerta.

Qualcosa però non va secondo i piani e così, a poco più di un anno e mezzo di distanza dal lancio, il Toronto Star torna sui propri passi informando gli utenti che il paywall dal 1° aprile non sarà più attivo e che tutti i contenuti della testata torneranno fruibili gratuitamente anche da tablet e mobile. Non si è trattato di un pesce di aprile – come forse qualcuno inizialmente ha pensato – ma, come recita la nota ai lettori, di un aggiustamento della strategia digitale messo in atto dalla testata per venire incontro alle tante richieste da parte di lettori e inserzionisti.

In realtà la decisione non è avvenuta in modo improvviso: già dallo scorso novembre il gruppo proprietario del giornale canadese, analizzando i dati di bilancio (digital revenue con segno meno) aveva annunciato il cambio di rotta che dal paywall avrebbe poi portato – con nuovi ingenti investimenti – a una rinnovata applicazione per tablet (sviluppata in collaborazione con il giornale di Montreal in lingua francese, La Presse) pensata per incentivare una lettura più interattiva, multimediale e multicanale da parte degli utenti.

Ai pochi (maledetti?) e subito, il giornale ha preferito tornare ad adottare un modello finalizzato ad allargare quanto più possibile il bacino di lettori (strizzando indirettamente l’occhio alla pubblicità), puntando in particolare sui giovani utenti, sicuramente più affini a tablet e social network che a un abbonamento a un giornale.

L’informazione può prescindere da Facebook?

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Il rapporto tra il mondo dell’editoria e Facebook ha vissuto fasi alterne. Al grande entusiasmo delle principali testate per le applicazioni di Social Reading – adottate a partire dal 2009 per leggere, commentare, condividere gli articoli proprio attraverso il social network di Palo Alto – si è registrato un raffreddamento in virtù dei successivi cambiamenti nell’algoritmo della gestione del flusso di notizie (e dei conseguenti ridimensionamenti del traffico da Facebook) che hanno messo la parola fine a molti dei progetti di stretta collaborazione.

Dalla scorsa settimana, una notizia pubblicata dal New York Times, ha però riportato sotto i riflettori l’ambizione di Facebook di diventare il “miglior giornale personalizzato del mondo”. Pare infatti che il social network guidato da Zuckerberg, forte dei suoi 1,4 miliardi di utenti, abbia iniziato ad intavolare con una dozzina di media company (tre le quali BuzzFeed, National Geographic, il Guardian, l’Huffington Post, Quartz e lo stesso NYT) una serie di incontri per valutare la disponibilità delle testate a veicolare i contenuti direttamente nel social network piuttosto che utilizzare, come avviene ora, collegamenti esterni ai vari articoli.

L’obiettivo parrebbe quello di incrementare la soddisfazione del lettore in termini di user experience: superando l’ostacolo del rimando ai siti delle testate e, conseguentemente, il caricamento di nuove pagine, il rischio di spazientire l’utente, soprattutto se si tratta di un lettore che naviga su web da mobile, si ridimensionerebbe notevolmente. Ciò comporterebbe un aumento del tempo speso nel social network e, quindi, un incremento dell’esposizione ai messaggi pubblicitari veicolati attraverso Facebook.

Al di là delle modalità legate alla pubblicità all’interno dei contenuti delle testate – pare che Zuckerberg e soci vogliano proporre agli editori una sorta di affiliazione: spazi pubblicitari gestiti da Facebook inseriti negli articoli e suddivisione degli introiti in base alle performance – resta da capire se le testate accetteranno di scambiare la visibilità dei loro pezzi cedendo però a Facebook i (preziosi) dati circa i profili dei lettori e il loro comportamento nei confronti del materiale informativo.

Leo Mirani, in un interessante articolo pubblicato da Quarz, ha sottolineato come l’offerta di contenuti a “spazi terzi” (quali, ad esempio, YouTube e Snapchat) attraverso i quali diffondere gli articoli, non sia per le redazioni una novità. Proprio per questo motivo, a suo dire, non bisogna temere l’iniziativa di Facebook (che, tra l’altro, non prefigura il social network come canale giornalistico esclusivo). Perché non si può insistere nel pensare che siano i lettori a visitare i siti delle varie testate: chi produce contenuti deve essere presente nei luoghi dove gli utenti sono soliti raccogliersi.

E sotto questo punto di vista, nel bene e nel male, prescindere da Facebook oggi non sembra possibile.

Il formato giornale è diventato obsoleto?

Img: slideshare.net

Nelle mie analisi – su blog e in News(paper) Revolution – ho focalizzato l’attenzione sulle soluzioni mediante le quali il giornalismo “tradizionale” tenta di rispondere alle sollecitazioni provenienti dal web dando forse per scontato che fosse l’intero comparto legato al “quarto potere” a doversi adattare ai social media, all’informazione su mobile e a tutte le altre peculiarità delle Rete. E se, invece, il fulcro del cambiamento in atto non fosse strutturale ma bensì legato al formato attraverso cui il “quarto potere” si è per anni concretizzato? Se, in altre parole, fosse il formato “giornale” ad essere entrato in crisi non rispondendo alle esigenze delle persone, più che la routine lavorativa che produce e distribuisce le notizie?

A scatenare in me le riflessioni sul concetto di “quotidiano” è stata la notizia pubblicata da molte redazioni circa la scelta di tre delle maggiori testate statunitensi – New York Times, Wall Street Journal e Washington Post – di aderire al progetto Blendle distribuendo attraverso la start-up olandese i propri articoli. In realtà il New York Times – con un altro gigante editoriale quale Alex Springer Digital Ventures – già lo scorso ottobre aveva dimostrato un notevole interesse per Blendle, contribuendo al progetto con un investimento di 3 milioni di euro. Obiettivo dichiarato: espandere il servizio a mercati europei al di fuori dell’Olanda per verificare la bontà dell’iniziativa.
In una bella intervista pubblicata su Contently, Marten Blankesteijn, co-founder di Blendle, ha spiegato il ragionamento alla base del servizio: i lettori che sono ben predisposti ad un abbonamento digitale trovano oggi molti valide alternative; chi invece non vuole abbonarsi perché non gradisce le modalità/i costi degli abbonamenti proposti o perché non apprezza la testata a tal punto da volersi legare ad essa in maniera continuativa, non ha invece molta scelta (questo ragionamento è valido soprattutto fuori dall’Italia, dove le principali testate adottano il paywall che, senza abbonamento, consente la fruizione gratuita di un numero limitato di articoli al mese). Non è detto però che chi non sottoscrive un abbonamento non sia disposto a pagare per informarsi. Ed è proprio qui che entra in gioco Blendle: una volta registrati e caricato del denaro nel proprio portafogli virtuale (es. 10 o 20 euro), l’utente può scegliere uno degli articoli da leggere tra i giornali e le riviste in database, pagandolo singolarmente una cifra che solitamente si aggira tra i 15 e i 30 centesimi a pezzo. Con inoltre la possibilità, una volta terminata la lettura, di vedersi restituita la cifra se l’articolo non soddisfa appieno le aspettative. Una vera e propria rivoluzione: gli articoli all’interno di Blendle sono proposti in maniera autonoma rispetto alla loro testata di riferimento ed entrano in diretta competizione tanto con gli altri pezzi dello stesso giornale quanto con gli articoli dei gruppi editoriali concorrenti. Il sistema consente di seguire gli articoli legati ad un determinato argomento e di essere informati circa i contenuti scritti da uno specifico giornalista.

Dal punto di vista finanziario, della cifra pagata dall’utente, il 30% resta a Blendle, il 70% viene riconosciuto alla testata.

Per stessa ammissione dei fondatori, Blendle non si configura come alternativo ai sistemi un uso oggi nelle testate, quanto piuttosto va a completare il panorama informativo offrendo agli utenti l’opportunità di una fruizione delle notizie trasversale alle testate.

Se il sistema può sicuramente fungere da incentivo per un giornalismo di qualità – le redazioni devono impegnarsi ancora di più per guadagnare, pezzo dopo pezzo, il favore degli utenti – restano almeno due i punti da chiarire.
Quanti articoli al mese, in media, un utente acquisti (in questo modo si potrebbero fare valutazioni sulla sostenibilità del servizio) e in che modo il superamento della “cornice” giornale – con le prime pagine nelle quali trovano posto notizie su diversi argomenti – finisca con l’influire nella conoscenza del mondo da parte del lettore.

I micro-pagamenti sconvolgeranno il mondo del giornalismo in maniera analoga a quanto accaduto con gli store digitali per la musica?

p.s.= ho provato a contattare il team Blendle per chiedere dei numeri; mi hanno risposto che le uniche che possono rendere pubbliche sono i 230.000 subscribers dei quali il 21% paying users.

Gigaom e l’integrità del giornalismo online

Img: about.me/gigaom

Tra gli addetti ai lavori – ma anche tra i semplici appassionati di tecnologia – ha fatto un certo scalpore leggere lo striminzito annuncio tramite il quale Gigaom ha ufficialmente informato di aver cessato, in mancanza di denaro per pagare i creditori, la propria attività. Fondato nel 2006 da Om Malik – ex giornalista di Forbes – il blog, raccontando l’ascesa delle società in orbita Silicon Valley, è riuscito nel giro di pochi anni ad accreditarsi nel panorama informativo legato alle nuove tecnologie superando la ragguardevole cifra dei 6,5 milioni di lettori unici al mese.
A inizio 2012, lo spazio, diventato nel frattempo a tutti gli effetti una media company (anche in virtù dei 15 milioni di capitale stanziati da vari investitori), acquisisce dal Guardian News Media, ContentNext, società che controlla alcuni siti tra i quali spicca paidContent, spazio specializzato nell’analisi della sfera digitale legata ai media. Un affare, questo, che consolida la posizione di Gigaom anche nei confronti degli agguerriti siti “rivali” che, con l’acquisto da parte di AOL di TechCrunch e di ReadWriteWeb ad opera di SAY Media, dimostrarono la vitalità del settore informativo legato alle nuove tecnologie.

Gigaom, in realtà, non è (era?) però solo news: è diventata anche un laboratorio di ricerca con un network di oltre 200 analisti indipendenti (Gigaom Research) e una realtà che organizza eventi sui trend emergenti (Gigaom Events) quali, ad esempio, focus sulla cosiddetta “internet delle cose”, la tecnologia cloud o gli aspetti strategici dell’utilizzo dei metadata. Una società, dunque, apparentemente più che valida. Soprattutto alla luce del nuovo finanziamento (8 milioni di dollari) che a inizio 2014 era sembrato certificare la bontà del progetto di Malik (Malik che, in concomitanza con il sopracitato finanziamento, decide però di lasciare il timone della società).

Molti tra gli addetti ai lavori, commentando quanto accaduto, hanno sottolineato come Gigaom fosse, all’interno del comparto informativo, uno spazio che con orgoglio rivendicava l’avversione nei confronti del clickbait, la pratica che consiste nel pubblicare contenuti di dubbia qualità finalizzati esclusivamente a generare click e, quindi, almeno potenzialmente, maggiori entrate pubblicitarie. Focalizzando il lavoro della redazione sull’aspetto più giornalistico (piuttosto che, parole di Malik, “pregare all’altare di pageview e metriche pubblicitarie che non fanno altro che svalutare il tempo e l’attenzione del pubblico di lettori”), la testata ha evitato il ricorso alle forme pubblicitarie più “invasive” nei confronti degli utenti quali il native advertising, gli auto-play video o gli overlay.

Fine di un sogno? O di un modello di giornalismo (quello del free-for-all)?

Il Financial Times e l’economia dell’attenzione

Img: ft.com

Il Financial Times è uno dei quotidiani che ha meglio saputo affrontare la sfida del digitale. Lo testimoniano anche gli ultimi dati diffusi dalla testata che vedono, nel 2014, un incremento dei profitti: +10% annuo nella circolazione del giornale su carta e online, e un +21% negli abbonamenti (il cui 70% è rappresentato da digital subscriptions). Il FT è stato tra i primi a vagliare su web l’approccio basato sul cosiddetto paywall. Semplificando, tale strategia consente a chiunque di leggere 3 articoli gratis al mese, superati i quali, per proseguire nella fruizione del materiale della testata, si richiede la sottoscrizione di un abbonamento. Un metodo che, in un mondo – quello della Rete – nel quale ancora oggi la gratuità del contenuti è assai diffusa, a molti è inizialmente sembrato azzardato ma che, in virtù della qualità dei pezzi del giornale e della sua rilevanza nel panorama economico-finanziario, si è dimostrato di successo (le 720.000 “copie” tra carta e web del 2014, pur non essendo un numero altissimo, rappresentano il record per la testata).
Nonostante i buoni risultati, il FT ha però deciso di modificare la propria strategia. Da marzo, infatti, il paywall è proposto in una versione aggiornata: non più 3 articoli al mese gratis ma, un mese di accesso senza limiti alle risorse del quotidiano alla cifra simbolica di 1 dollaro. Terminato il mese di “prova”, all’utente sarà proposto l’abbonamento annuale che, nella sua versione base, ammonta a 335 dollari. Questo cambio, secondo John Ridding, CEO di FT, dovrebbe portare ad un ulteriore aumento degli abbonamenti che si stima possa essere compreso tra l’11 e il 29%.

Alla base della scelta della testata – per certi versi inaspettata, per l’intero comparto media online, il paywall di FT ha rappresentato una delle poche certezze – vi sono dei cambiamenti nelle proposte che il giornale riserva agli inserzionisti. Se è vero che la maggior parte degli introiti del quotidiano derivano dagli abbonamenti, FT sta tentando di individuare nuove opportunità legate alla pubblicità.
In virtù del fatto che, come spiegato da Jon Slade, responsabile del comparto digital advertising del FT, i lettori online della testata restano nel sito mediamente sei volte di più che in qualsiasi altro spazio di notizie economico-finanziarie, i vertici di FT hanno iniziato a proporre agli inserzionisti una metrica alternativa (o, quantomeno, complementare) a impression e click. Si tratta del cost-per-hour (CPH), quello che potrebbe presto diventare uno dei nuovi standard del mercato pubblicitario online.
Se, come dimostrato da Chartbeat – partner FT nello sviluppo del progetto per la parte di analisi del comportamento degli utenti – più un individuo è esposto a un messaggio pubblicitario, più alta è la sua propensione all’interazione – sia in termini di brand recall (letteralmente, richiamo di marca) che più genericamente di engagement – riuscire a far tesoro del “tempo speso” dai lettori all’interno del sito potrebbe rappresentare per la testata un (nuovo) punto di svolta.
FT sembra quindi aver deciso di puntare sulla cosiddetta economia dell’attenzione. La sfida, tutt’altro che semplice, è quella di riuscire a catturare il lettore facendolo rimanere il più a lungo possibile all’interno dei “confini” del giornale.
Strategia che sembra diametralmente opposta a quella in uso negli spazi che, facendo massiccio ricorso a classifiche e gallerie fotografiche, costruiscono i propri contenuti per una lettura veloce e una rapida condivisione.

Quale modello avrà la meglio?

La policy editoriale di BuzzFeed

Img: @buzzfeed twitter account

BuzzFeed è sicuramente uno degli spazi informativi più originali che, dal 2006 ad oggi, ha saputo sfruttare al meglio le caratteristiche del web creando uno stile proprio, di successo soprattutto tra i giovani. La fascia d’età 18-34 rappresenta, infatti, secondo le cifre pubblicate nel sito, il 50% degli oltre 175 milioni di visitatori unici al mese che BuzzFeed fa registrare. A conferma di ciò, anche i dati di traffico al sito: 50% da mobile (percentuale in salita), 75% del traffico da canali social, cifre che identificano un bacino di lettori solitamente molto difficile da raggiungere (e ancora di più da mantenere) da parte dei media tradizionali.
Numeri decisamente accattivanti per molti inserzionisti che, nel team di BuzzFeed, hanno potuto trovare un valido supporto (oltre che un valido canale di trasmissione) per la creazione di contenuti appositamente pensati per essere condivisi in maniera diffusa. Quiz, infografiche, video e divertenti liste sono solo alcuni degli esempi attraverso i quali una marca, con il supporto dello staff di BuzzFeed, può riuscire ad intercettare il pubblico con i propri messaggi e valori.

Se dalle (sintetiche) informazioni fornite nella sezione advertise del sito appare piuttosto chiaro il risultato finale di una potenziale collaborazione tra un brand/un’agenzia e il reparto di creativi di BuzzFeed, poco o nulla viene riportato circa l’applicazione concreta del processo “produttivo” che ogni giorno crea i contenuti della testata.

Sul finire dello scorso gennaio, però, BuzzFeed ha pubblicato una sorta di “guida” a disposizione di dipendenti, collaboratori e lettori che delinea gli standard del lavoro editoriale della testata.

Con l’obiettivo di unire il meglio di tradizione e innovazione, il documento rappresenta una sorta di riflessione “pubblica” per identificare la strada entro la quale crescere e proseguire lo sviluppo della internet news media company.

Di spunti interessanti ce ne sono molti, ecco quelli a mio giudizio più rilevanti:

1) le informazioni devono provenire da fonti confermate; Wikipedia e altri spazi modificabili da più utenti non possono essere considerati la fonte di una storia;
2) i riferimenti ad altri spazi informativi vanno indicati con citazioni esplicite alla testata e al link dell’articolo;
3) estratti da comunicati stampa vanno segnalati;
4) i giornalisti sono incoraggiati a contattare utenti Twitter e Instagram di cui desiderano utilizzare il materiale, soprattutto in caso di contenuti sensibili;
5) nessun articolo editoriale può essere cancellato; se alcune delle informazioni diventassero obsolete o si dimostrassero non corrette, sarà possibile aggiornare l’articolo inserendo delle note esplicative per i lettori;
6) le fonti non vengono retribuite per le interviste che rilasciano; interviste via email, Facebook messanger o Gchat sono permesse, ma quelle di persona sono spesso molto interessanti;
7) per immagini forti dovrebbe essere utilizzato il tool grafico che consente di coprirle lasciando all’utente la facoltà di scegliere se visualizzare o meno il contenuto;
8) gli articoli devono essere rigorosi, neutrali e devono anteporre fatti e notizie al resto;
9) simpatie politiche e commenti di parte non dovrebbero essere espressi pubblicamente, né attraverso forum o social media quali Twitter e Facebook; in particolare da chi si occupa della sezione News; per i membri dello staff News non sono inoltre permesse donazioni in denaro (ma anche in termini di tempo) per candidati politici o campagne politiche;
10) BuzzFeed conta sulla capacità del proprio team di offrire ai lettori indagini accurate, servizi utili e intrattenimento nella netta separazione tra advertising content e editorial content. Il lavoro di reporter, giornalisti ed editor è completamente indipendente da chi si occupa di vendere gli spazi pubblicitari e da chi li compra; chi si occupa della creatività delle inserzioni risponde al comparto business di BuzzFeed, non alla redazione editoriale; la collaborazione tra diversi staff è incoraggiata ma non nel caso di campagne pubblicitarie in occasione delle quali vige una divisione netta e chiara tra i reparti e le mansioni;
11) gli investitori di BuzzFeed non influenzano il lavoro dello spazio informativo.

Nessuna eclatante rivelazione ne sono consapevole, ma resta comunque importante intravedere i punti di riferimento di una realtà nata come fucina di contenuti “virali” che via via ha visto crescere le proprie ambizioni informative.

La sfida di contribuire a creare nuovi modelli per il giornalismo – ciò che pare aver “conquistato” Ben Smith, ex Politico.com e dal 2011 editor-in-chief di BuzzFeed – resta ancora da vincere.