Progressive Web App, la risposta di Google agli Instant Articles di Facebook

Img: theguardian.com

Catturare l’attenzione degli utenti, questa la primaria sfida di chi online si occupa di informazione (ma non solo).

Nel tentativo di aiutare le media company a centrale l’obiettivo, dopo un periodo di test con alcune selezionate testate, Facebook da aprile dello scorso ha iniziato a proporre gli Istant Articles, uno strumento che le testate, anche in Italia, hanno subito cominciato ad utilizzare con l’ambizione di sfruttare al meglio l’enorme bacino di potenziali lettori del social network di Zuckerberg.

Pubblicando le notizie direttamente su Facebook piuttosto che rimandare i lettori al proprio sito, gli editori hanno deciso di puntare in particolare sull’aspetto legato alla velocità che, secondo fonti interne al social network, risulta di ben 10 volte superiore alla “normale” navigazione web da mobile.

Con gli Instant Articles a migliorare in realtà è l’intera fruizione delle notizie – più interazione e una più intelligente multimedialità – ma è indubbio che proprio la rapidità sia l’aspetto dell’esperienza ad appagare maggiormente l’utente, predisponendolo in maniere più decisa non solo alla lettura del contenuto, ma anche alla sua condivisione.

Ai progetti di Facebook in termini di distribuzione dei contenuti non poteva non rispondere l’altro gigante del web, Google. Forte della propria esperienza con le Accelerated mobile pages (Amp), un protocollo aperto fatto testare a 30 editori (tra i quali la Stampa) che consente di realizzare pagine molto più “leggere” da caricare, l’azienda di Mountain View ha deciso di puntare sulle cosiddette Progressive Web App. Senza entrare troppo nel tecnico, si tratta di una nuova tecnologia che combina i lati positivi del web con quelli delle mobile app. Due degli esempi più noti sono da una parte il canale e-commerce Flipkart, dall’altra la compagnia aerea Air Berlin. Con il nuovo linguaggio è stato possibile per entrambe le realtà non solo velocizzare l’esperienza degli utenti rendendola più piacevole – e, quindi, più proficua in termini di engagement – ma anche offrire una navigazione più flessibile con notifiche e contenuti disponibili anche senza una connessione internet.

Pioniere per quel che concerne il settore media è il Washington Post che proprio sulla tecnologia di Google sta da mesi testando una versione beta del proprio spazio online. Per renderne più veloce la consultazione e per dare modo agli utenti, in caso di perdita temporanea del segnale, di continuare a fruire dei propri contenuti (il sistema in automatico scarica tutti gli articoli della sezione visitata in un preciso momento da un utente, come anche le pagine a cui i collegamenti del pezzo rimandano).

Anche il britannico Guardian ha voluto mettere alla prova la nuova tecnologia firmata Google: in occasione delle olimpiadi, il team USA del quotidiano, ha lanciato Rio Run, un podcast interattivo – ricco di contenuti giornalistici ma dal lato anche ludico oltre che informativo, con badge da sbloccare e medaglie virtuali da aggiudicarsi – per seguire il percorso della torcia olimpica in Brasile.

Se è vero che resta ancora qualcosa da migliorare in termini di compatibilità – come è lecito aspettarsi, le PWA funzionano molto bene su Chrome in ambiente Android, meno su iOS – in molti tra gli addetti ai lavori sono pronti a scommettere che le PWA, spostando l’attenzione ancor di più sull’ottimizzazione dei contenuti per il mobile, possano rappresentare una valida soluzione per proseguire l’innovazione del comparto legato al mondo dell’informazione.

Snapchat rinnova Discover. E diventa editore.

Snapchat continua il suo sviluppo e, con la nuova versione della app (9.32) rilasciata alcuni giorni orsono, ha rinnovato Discover (“Storie” in italiano), la parte dedicata ai contenuti editoriali delle testate che con il social network hanno deciso di sperimentare.

snapchat_932_1

L’aspetto della sezione è completamente cambiato: nella parte alta della schermata le notizie si possono scorrere con un menu orizzontale che mostra le anteprime dei contributi delle redazioni. Visualizzata tutta la galleria delle notizie disponibili, i vari pezzi vengono disposti, in stile Flipboard, in riquadri di differenti dimensioni che si possono navigare dall’alto verso il basso.

snapchat_932_2

Altre rilevanti novità che palesano l’interesse del social network verso il mondo dell’editoria sono da una parte la possibilità data agli utenti di potersi iscriversi ai diversi canali di modo da non perdersi nemmeno un aggiornamento, dall’altra la modalità di condivisione – tramite iMessage o mail – dei vari contributi di Discover.

L’ultimo tassello resta quello di consentire la misurazione dell’effettivo impatto dei contenuti sugli utenti. Come è lecito attendersi pare che anche da questo versante Snapchat si stia adoperando. Il social network sta lavorando, secondo indiscrezioni, ad un proprio sistema di monitoraggio che consenta a editori e inserzionisti di valutare il seguito generato dai propri contenuti. Inoltre pare che i vertici di Snapchat, in questi ultimi mesi, abbiamo avuto una fitta serie di incontri con comScore, realtà specializzata nella misurazione online, partner anche di Facebook per quel che concerne gli Instant Articles.

Tornando alla rinnovata schermata di Discover, se la parte alta è dedicata ai contenuti editoriali, la seconda metà dello schermo è riservata a contributi in tempo reale degli avvenimenti più partecipati. Anche sul fronte “live”, Snapchat non ha lesinato investimenti per continuare a far crescere il proprio bacino di utenti. Il social network ha infatti siglato un accordo di 3 anni con la direzione di Wimbledon per poter così proporre alla propria community contributi legati al torneo di tennis durante gli incontri (Snapchat ha raggiunto analoghi accordi con la MLB statunitense, per quel che concerne il baseball e la Ligue 1 per quel che riguarda il calcio).

Ultima, ma non meno interessante notizia legata a Snapchat, fa riferimento al fatto che il social network si appresta a diventare anche editore. Il prossimo 27 giugno, infatti, sarà lanciato Real Life, il magazine dedicato alla tecnologia (e al modo di viverla) che, pur promettendo di mantenere una linea editoria indipendente, sarà riconducibile in tutto e per tutto al social network con sede a Los Angeles.

Piccoli fantasmini (continuano) a crescere. E iniziano a fare paura.

Quartz, la app di notizie in stile chat

Img: theverge.com

Da alcune settimane sto provando Quartz, applicazione per iOS (la versione per Android è in fase di realizzazione) proposta dallo scorso febbraio dall’omonimo sito di notizie del gruppo Atlantic Media. Avevo letto qualche tweet a riguardo, ma non avendo approfondito, il primo utilizzo mi ha davvero spiazzato. Il progetto, infatti, a differenza di altri applicativi per mobile, fa proprio l’approccio comunicativo degli smartphone proponendo le notizie sottoforma di (brevi) messaggi di una chat. Una volta ricevuto il saluto di benvenuto, viene mostrata la sintesi di una notizia, una sorta di strillo di due righe di testo, sotto la quale due pulsanti blu permettono all’utente di interagire: quello di destra consente di passare alla notizie successiva, quello di sinistra permette invece di approfondire quanto sintetizzato in precedenza. Appaiono così dei messaggi di testo (un po’ più corposi) che sviscerano la notizia ed eventualmente rimandano per ulteriori approfondimenti ad un sito esterno alla app (e talvolta anche alla redazione). Letti i contenuti, si passa alla notizia successiva che, come la precedente, si può decidere di approfondire o di saltare.
L’aspetto singolare non sta solo nella modalità conversazionale di proporre al pubblico delle notizie su temi non necessariamente leggeri – ad esempio, su politica ed economia – ma di farlo utilizzando, oltre che un numero ristretto di caratteri, un linguaggio tanto sintetico quanto efficace ben supportato dall’uso di emoticon, grafici e gif animate che rendono ancora più immediata e accattivante la fruizione delle news.
Terminata la sessione – di solito dopo sei notizie – la app invita a tornare in un secondo momento per altre news (configurando la app è possibile attivare le notifiche automatiche rispetto a nuove news da leggere).
A margine di una news può capitare di imbattersi in un messaggio pubblicitario (Mini è la prima azienda ad aver creduto nel progetto): un piccolo banner che in piena ottica native adv si “mimetizza” tra le notizie ma che non risulta invasivo né mina l’usabilità della app.

Le notizie, scritte ad hoc da redattori capitanati da Adam Pasick (i “messaggi informativi” non risultano copia-e-incolla del materiale di qz.com), sono veicolate sottoforma di chat da un bot (un software che gestisce l’interazione con l’utente) e hanno l’obiettivo di informare e al contempo intrattenere. La app può essere consultata in treno, in metro, aspettando in fila al supermercato: i contenuti sono fruibili con una velocità e con una facilità davvero notevoli.

Se per stessa ammissione dell’executive editor Zach Seward, gli sviluppi di Quartz al momento sono difficilmente prevedibili perché ad oggi l’aspetto interessante è quello legato alla studio del comportamento degli utenti, sono pronto a scommettere che la app sarà in grado di fornire indicazioni utili alle testate giornalistiche, sempre più interessate al traffico da mobile e a raggiungere i lettori attraverso applicativi di messaggistica quali (multi)chat e social network.

Video e live streaming: la frontiera è oltre la TV

Img: fastcompany.com

Quando nelle scorse settimane ho approfondito la questione dell’arrivo in Italia del paywall (pare proprio ufficiale: dal 27 gennaio su corriere.it), leggendo il piano presentato dai vertici di RCS MediaGroup ho appreso anche la notizia della chiusura di Gazzetta TV. Non sono mai stato uno spettatore del canale 59 del digitale terrestre, ma in quanto accaduto alla redazione guidata da Claudio Arrigoni ho ritrovato un’analogia con le ultime decisioni in merito a HuffPost Live, progetto di notizie in live streaming attorno al quale recentemente si è discusso in termini di ridimensionamento e ripensamento del progetto. Si tratta di due realtà molto diverse, sia dal punto di vista “anagrafico” – Gazzetta TV è nata nel febbraio 2015, HuffPost Live è stato lanciato nel 2012 – sia in merito a audience (mentre HuffPost Live ha contribuito non poco alla crescita dello spazio informativo di Arianna Huffington, Gazzetta TV è rimasta lontana dai 0,7% punti di share che erano stati indicati come traguardo per il 2015) ma i due progetti sembrano avere alcuni aspetti in comune.

In un periodo nel quale è il video il formato più in crescita, sembra quasi un controsenso che canali con approfondimenti in diretta raccolgano invece così pochi favori. Viene da chiedersi, insomma, come mai Facebook (con Live Mentions) e Twitter (con Periscope) abbiamo deciso di investire anche sul live streaming quando invece per le redazioni, le dirette sembrano risultare troppo esose rispetto ai ritorni generati.

La risposta credo si possa trovare nel memo scritto dalla direzione di Huffington Post per annunciare al team l’unione delle varie unità dedite alla realizzazione di contenuti video (HuffPost Live, HuffPost News, HuffPost Originals e HuffPost Rise) in un unico team. Il testo, dopo aver sottolineato l’importanza di HuffPost Live nel consolidamento della social experience della testata (32.000 ospiti di oltre 100 Paesi, 3 miliardi di visualizzazioni totali), pone l’accento – senza troppi giri di parole – sui cambiamenti intercorsi negli ultimi anni riguardo alle modalità di consumare e diffondere i video che hanno portato alla decisione di sostituire alle quotidiane 8 ore live, la realizzazione di video “singoli” più facilmente oggetto di condivisione da parte degli utenti. Ciò non certifica la fine delle dirette, che continueranno a seguire i principali avvenimenti politici e culturali, ma di certo evidenzia come il mondo dei video sia tanto in rapida ascesa quanto in veloce evoluzione.

Uno degli ultimi esempi di successo firmato HuffPost è il video 48 Things Women Hear in A Lifetime (That Men Just Don’t), un contributo di un minuto e mezzo, diffuso su Facebook, capace di raccogliere oltre 28 milioni di visualizzazioni e oltre 10 mila commenti. Questo dimostra come sia importante considerare anche le specificità della piattaforma per fare in modo che il contenuto possa ambire a diventare “virale”. Ecco perché la nota su HuffPost Live cita espressamente la necessità di creare video tailor-made per i vari strumenti: la comunicazione su Snapchat e YouTube, piuttosto che su Facebook e Twitter, è differente e, per rispondere a un diverso pubblico, non può risultare indifferenziata.

A ben vedere, i fattori critici non riguardano esclusivamente aspetti quali la “durata” o la ”compatibilità” rispetto a una determinata piattaforma. La questione probabilmente è più profonda ed è legata al linguaggio e, in generale, al format dei video delle dirette. Uno studio, ospiti più o meno noti a commentare quanto accade… forse è proprio il proporre online la grammatica dalla TV il principale ostacolo al successo di video che risultano interessanti ma non a tal punto da innescare meccanismi di passaparola e diffusione rapida e a macchia d’olio dei contributi.

La sfida, in altre parole, è quella di pensare al formato video online (anche) oltre e lontano dalla TV che conosciamo.

Facebook Instant Articles: l’immediatezza che genera valore?

Img: media.fb.com

Lo scorso 16 dicembre, a poco meno di una decina di giorni dal Natale, Facebook ha comunicato di aver esteso anche agli smartphone Android la visualizzazione degli Instant Articles. La fase di test, iniziata lo scorso ottobre con i dispositivi iPhone si è dunque conclusa con successo: sulla base di quanto comunicato sono salite a 350 le testate che lavorano con Facebook al progetto (poco meno di una 10ina le italiane), più di 100 delle quali pubblicano quotidianamente i loro articoli con questo nuovo strumento messo a punto dall’azienda californiana per venire incontro alle esigenze dei media.

La collaborazione tra le redazioni e Facebook, iniziata a metà degli anni Duemila con grandi investimenti, nel corso del tempo, con le evoluzioni del newsfeed e il conseguente ridimensionamento della visibilità degli utenti rispetto ai contenuti pubblicati, ha deluso parte delle aspettative riposte dai giornali nel social network.
Molte testate hanno infatti nel corso del tempo visto scendere il traffico ai loro siti e Facebook, considerato talvolta, in un eccesso di ottimismo, una panacea per i giornali, ha finito per diventare uno strumento di routine ma non efficace quanto auspicato nel risollevare le sorti delle testate.
Facebook ha tuttavia sempre strizzato l’occhio al comparto media, le news rappresentano “risorse” ideali da condividere, contenuti che possono contribuire ad aumentare il tempo speso dagli utenti nel social network.
Ecco perché i vertici dell’azienda hanno deciso, nei confronti dei giornali, di porsi in una rinnovata veste, più come piattaforma che come “rete di profili”: caricando i contributi direttamente su Facebook, senza rimandare a spazi esterni, e seguendo le direttive per ciò che concerne gli aspetti grafici degli articoli, la fruizione dei contenuti risulta più veloce – fattore questo discriminante nella navigazione da mobile – e decisamente più appagante in termini di interazione e di gestione di testi ed elementi multimediali che risultano ottimizzati per rendere al meglio (vedi video ufficiale).

Se uno studio di NewsWhip su 19 articoli istantanei del New York Times pare dimostrare l’efficacia dello strumento nel moltiplicare condivisioni, “mi piace” e, soprattutto, commenti rispetto ai “tradizionali” link ai pezzi diffusi nelle pagine, resta ancora da capire se gli Instant Articles funzionino anche in termini di ad revenue, se in altre parole possano aiutare le testate a fare in modo che gli articoli non solo generino un maggiore tasso di interazione dei lettori ma siano anche in grado di incrementare gli introiti dei messaggi pubblicitari che negli Istant Articles trovano spazio.
Questa credo sia per Facebook una delle sfide da vincere nell’anno appena iniziato.
Anche perché alcune delle testate che sin da subito hanno appoggiato il progetto hanno invitato il social network a rivedere parte delle proprie posizioni giudicando troppo restrittive le linee guida che regolano il rapporto tra redazioni e social network nell’ambito pubblicitario. Un primo momento, ad esempio, non erano previsti “rich media” (inserzioni multimediali) ma solo banner 320 x 500 pixel ogni 500 parole di testo.

Come indicato nella bella intervista di NiemanLab a Michael Reckhow, product manager Instant Articles, resta ancora molto da fare per definire nel migliore dei modi la “forma” più adatta per venire incontro alla esigenze degli editori supportandoli nel costruire strumenti sempre più efficaci nel catturare l’attenzione dei lettori di Facebook. Ma la strada intrapresa sembra quella buona.

Il 2016 l’anno del paywall anche in Italia?

Img: wired.it

Gli ultimi giorni dall’anno, almeno per quel che concerne il panorama editoriale italiano, sono stati movimentati dall’annuncio dell’imminente lancio del paywall per il Corriere della Sera. Da anni si ricorrono le voci sull’esordio di questo tipo di strategia da parte dei principali quotidiani nazionali (su Twitter, per esempio, io stesso ho rilanciato un articolo datato ottobre 2013 che annunciava scelte che ad oggi non hanno avuto seguito) ma, in occasione della presentazione del piano industriale del Gruppo RCS, si è data molta enfasi alla decisione che dovrebbe concretizzarsi entro la fine del prossimo gennaio.

Alla base del progetto, tre (macro)obiettivi che il Gruppo si è dato: sostenibilità economica, trasformazione del proprio business, crescita futura. Tra le azioni che la Direzione ha deciso di intraprendere quella chiamata “Oltre il digitale” cita espressamente il paywall quale “nuovo modello di abbonamento per monetizzare in modo adeguato i contenuti, conoscere e fidelizzare il lettore”.

Dalle (poche) parole di chi ha presentato l’ambizioso progetto ancora non emergono i dettagli. Si è sottolineata la necessità di pagare i contenuti di qualità, l’importanza della sperimentazione anche in Italia, la flessibilità della formula che prevederà più combinazioni e lo spessore di un’iniziativa che ha attinto dalle best practice internazionali.

Il punto di riferimento, pare assodato, sarà il metered paywall, una soglia di sbarramento agli articoli gratuitamente fruibili non rigidissima che, nelle sue forme di maggiore successo, consente, ad esempio, di leggere gli articoli anche una volta superato il limite definito se si arriva ai contributi da un link condiviso nei social media o di preservare l’accesso alle gallery multimediali – foto e video – senza limitazioni. Un muro non completamente “impermeabile” dunque che potrebbe prevedere un numero massimo di articoli (10 articoli al mese?) da leggere gratuitamente, richiedendo la registrazione per aumentare senza spese il numero di articoli gratis di alcune unità (10 + 5 al mese?) superati i quali sarà invece necessario sottoscrivere un abbonamento al giornale.

In questo modo il passaggio da una lettura completamente gratuita a una formula più restrittiva risulterebbe probabilmente meno brusco e, almeno in linea teorica, eviterebbe un crollo degli accessi al sito della testata preservando al contempo la raccolta pubblicitaria digitale.

Non si tratta certo dell’unico elemento di “cambiamento” prospettato, altre azioni a programma sono, ad esempio, il ritrovato interesse per hyperlocal oltre al focus sulla trasformazione data-centrica per conoscere e interpretare al meglio il bacino di utenti. Ma forse sarà proprio il paywall quello che, almeno nell’immediato, avrà l’impatto più rilevante sui lettori e sugli altri “attori” del panorama giornalistico nazionale.

Quanto recentemente accaduto con il Toronto Star e con il Sun, quotidiani che hanno rivisto la propria strategia abbandonando il paywall sul quale avevano deciso di puntare, sembrano prospettare un inizio in salita per il quotidiano milanese, soprattutto in considerazione del prestigioso quanto impegnativo ruolo di “rompighiaccio”, prima testata italiana a sperimentare il paywall.

In questo senso, un dettaglio mi ha dato da pensare. Degli otto punti elencati per raggiungere quanto stabilito dal Piano Industriale, il messaggio ufficiale di RCS liquida piuttosto sbrigativamente il primo punto che rispetto agli altri, pur aprendo l’elenco, risulta fumoso. In maniera generica si fa riferimento all’obiettivo di “ridurre i costi, preservando investimenti e qualità”. Ecco, forse mi sarei aspettato un più audace quanto netto riferimento ad un ulteriore aumento della qualità rispetto a una “difesa” dell’attuale approccio che mi sembra emergere tra le righe del comunicato. Perché per convincere i visitatori di corriere.it ad abbonarsi al quotidiano rinunciando alle notizie gratuite di altri spazi informativi è probabilmente necessario far loro percepire ancora meglio il valore aggiunto che solo il Corriere delle Sera può offrire. In termini di obiettività, di approfondimento delle analisi, di autorevolezza. Lo status quo da solo non è sufficiente.

Mamma, ho riperso i commenti

Img: mageewp.com

Nel passaggio dalla carta all’online uno degli aspetti più innovativi del rinnovamento della stampa è stato il passaggio da un lettore che passivamente fruiva del materiale informativo a uno che invece è in grado di interagire direttamente con la redazione e con gli altri utenti. I commenti agli articoli hanno contribuito a scrivere un nuovo paradigma in grado di superare il solipsismo della lettura individuale e di rendere le notizie, almeno potenzialmente, stimolo al confronto con un pubblico.
Gli sviluppi della Rete stanno però facendo vacillare la comunicazione bidirezionale quale caratteristica imprescindibile del giornalismo online. Iniziano infatti ad essere numerose – e rilevanti – le testate che decidono di ridimensionare o addirittura eliminare lo spazio dedicato ai commenti dei lettori. Il Chicago Sun Time, il Daily Beast, Re/code, Bloomberg ma anche piattaforme quali The Verge e Medium sono solo alcuni degli esempi di realtà informative che hanno deciso di apportare modifiche ai propri spazi di conversazione con gli utenti.
Questo in primis perché il dibattito sugli articoli da parte dei lettori per la gran parte ormai avviene al di fuori degli spazi delle testate, nei social network, spazi nei quali gli utenti possono confrontarsi con semplicità, immediatezza e a più ampio raggio rispetto ai canali “istituzionali” dei siti informativi. In seconda istanza perché la gestione del flusso di commenti è dispendiosa e, in un panorama come quello della stampa nel quale le risorse continuano ad essere piuttosto limitate, in molti hanno preferito sbarazzarsi del problema legato alla moderazione dei contenuti. Con l’auspicio che il confronto con/tra utenti non si esaurisca quanto piuttosto si sposti altrove continuando però a generare interesse nei confronti degli articoli.
Uno dei casi più rilevanti in questo senso è stata la decisione di Reuters: in un breve comunicato l’agenzia stampa britannica ha annunciato che in virtù delle novità nel modo di interagire degli utenti con le news, constatando quanto le conversazioni sulle notizie si tengano ormai in maniera preponderante su social media e forum – community di numerosi partecipanti che si confrontano in virtù di policy condivise che tendono ad emarginare coloro che abusano della libertà di espressione – ha deciso di non rendere più possibili i commenti alle notizie.
Anche Motherboard, lo spazio di Vice dedicato alle notizie scientifiche, ha deciso di mettere uno stop ai commenti optando per una nostalgica sezione “Lettere al direttore”.

E mentre Reddit lancia la propria piattaforma informativa – Upvoted – senza lasciare spazio ai commenti (con l’obiettivo probabilmente di raccogliere adesioni dagli inserzionisti, attirati dal pubblico di Reddit ma spaventati dal tono delle accese polemiche che spesso infiammano le discussioni), il New York Times, per rendere più snelle le attività di moderazione dei contenuti, introduce i “verified commenters”, utenti che l’algoritmo alla base della gestione dei commenti, in virtù dello storico delle loro interazioni, considera come affidabili senza la necessità di controlli pre-pubblicazione.

In generale, resta da capire se la scelta di eliminare i commenti possa contribuire in maniera costruttiva a fare in modo che le redazioni concentrino i loro sforzi unicamente sul versante qualitativo dei propri contenuti o se, invece, il fatto che le conversazioni degli utenti attorno alle notizie avvengano fuori dai confini dalle testate certifichi semplicemente la subordinazione di queste ultime ad altri canali comunicativi evidentemente più efficaci nell’attirare l’attenzione degli utenti.

Mobile, fortissimamente Mobile: Apple lancia la sua app News

Apple News

Img: theguardian.com

La scorsa settimana a Berlino si è tenuto il News Xchange, una conferenza – organizzata da Eurovision – per riflettere sul giornalismo e sugli sviluppi della distribuzione dell’informazione con protagonisti alcuni dei referenti delle testate più note. Tra gli ospiti, Adam Ellick, (video) corrispondente per il New York Times che, nel corso del suo intervento – come riportato da Shane Randall dell’Associated Press – ha sintetizzato il suo pensiero dicendo: “Se l’industria dei media si muove velocemente, i lettori lo fanno ancora con maggiore velocità”. Secondo Ellick, infatti, la prossima generazione di lettori molto probabilmente non acquisterà mai un giornale e non sarà solita accedere alle notizie da PC. Tale dichiarazione più che una provocazione pare piuttosto un futuro ormai prossimo. In fondo già oggi il 60% delle visite del NYT proviene da mobile e al diffondersi dell’uso dei dispositivi mobili si registra un calo inversamente proporzionale delle visite alla homepage del sito, il corrispettivo digitale della prima pagina del giornale a stampa. Sembra sempre più evidente come debbano essere le redazioni a dover intercettare i lettori attraverso gli strumenti che questi più utilizzano piuttosto che i lettori a dover scovare le notizie.
È, in altre parole, l’idea del formato giornale – cartaceo o digitale che sia – ad essere messa in discussione, non il mondo dell’informazione che continua invece ad attrarre le grandi realtà digitali.
Ultima, in ordine di tempo, Apple che nell’aggiornamento iOS 9.1, in Inghilterra e Australia, ha sostituito il vecchio Apple Newsstand (focalizzato in particolare sui contenuti dei periodici) con Apple News, un rinnovato aggregatore dinamico di notizie. L’applicativo – che stando ai primi feedback non pare discostarsi troppo da Flipboard – punta a raccogliere adesioni in virtù dell’ampio bacino di potenziali utilizzatori (chiunque possieda un iPad o iPhone in grado di installare l’update di sistema vedrà in automatico Apple News tra le icone del proprio menù) proponendo in un’unica app una notevole quantità di contributi di differenti testate, dal Guardian a Sky News, dalla CNN a Vanity Fair. L’utente può navigare per pubblicazione o per argomento, personalizzando, in maniera analoga a quanto avviene in Apple Music, il flusso di notizie collegato al proprio profilo. Sulla base degli interessi sarà così possibile ricevere gli aggiornamenti da leggere o salvare per una fruizione successiva. Il sistema, analizzando i contenuti letti e le risorse segnalate quali preferite, sarà in grado di identificare le news più in linea con i gusti dell’utente mettendo a fuoco le esigenze del lettore. La app prevede anche un motore di ricerca che consente una navigazione trasversale rispetto al materiale informativo che si è soliti fruire (e che, come detto in precedenza, identifica l’utilizzatore).
Dal punto di vista degli editori, i contenuti possono anche contenere messaggi pubblicitari gestiti con iAd, la piattaforma delle inserzioni nei dispositivi Apple.

Nei prossimi mesi sarà interessante seguire gli sviluppi e la diffusione di Apple News, vagliare l’adozione degli standard consigliati da Apple per le notizie e capire quali saranno gli strumenti offerti alle redazioni per misurare l’impatto degli articoli sul pubblico.

La sfida a Google è ormai lanciata. E non solo dagli editori.

Pangaea Alliance: qualità e tecnologia per contrastare Facebook e Google

The Pangaea Alliance

Img: newsonnews.com

Il difficile periodo della stampa sta continuando. A rendere complicato lo scenario è in particolare la percentuale relativa agli investimenti pubblicitari che, per il comparto informativo, risulta dall’inizio dell’anno ancora in contrazione. Un articolo del Guardian, ad esempio, analizzando lo scenario dei quotidiani d’oltremanica, evidenzia come le prime 10 realtà in termini di budget pubblicitari abbiano tagliato mediamente del 20% gli investimenti in adv nei giornali: dal -20% del top spender Sky, al -39% di Tesco, le grandi realtà aziendali sembrano identificare sempre meno la stampa tradizionale quale risposta alle loro esigenze di visibilità. E, aspetto forse ancora più preoccupante, non solo su carta. Anche il comparto digitale delle testate, infatti, se non registra segni meno, ha mediamente rallentato la sua crescita. Uno degli esempi più lampanti in questo senso è quello del Daily Mail che, nonostante i 200 milioni di utenti al mese, non è ancora riuscito a trovare un efficace approccio per sfruttare al meglio il proprio bacino di utenza e, dalla scorsa estate, per quel che concerne il reparto digital, ha fatto segnare una crescita minima. Intendiamoci, non è la Rete il problema, gli investimenti online crescono di anno in anno (anche se nel 2015 con tassi trimestrali di crescita inferiori rispetto a quelli dei due anni precedenti). Solo, al momento, il grosso della fetta pubblicitaria online è preda di piattaforme quali Facebook e Google piuttosto che degli editori.

Ecco spiegato il motivo per il quale il Guardian, il Financial Times, la CNN e la Thomson Reuters, pur competitor nel panorama informativo, hanno deciso di collaborare sul fronte dell’advertising in Pangaea Alliance. Combinando l’audience di ciascuna testata (sino al 10% degli spazi pubblicitari di ciascuna realtà coinvolta), il totale di 110 milioni di utenti risulta infatti molto più interessante per gli inserzionisti delle inventory di ciascuna delle singole realtà informative. I brand, tramite quella che viene chiamata in gergo programmatic technology – in parole semplici, un sistema automatizzato di compravendita di spazi pubblicitari – avranno modo, in virtù di un pubblico più ampio di riferimento, di comunicare i loro messaggi pubblicitari in maniera più efficace. Come? Senza addentrarsi in tecnicismi, al centro del progetto ci sono una data management platform (DMP) e un ad server in grado di segmentare i diversi utenti sulla base del loro comportamento online offrendo l’opportunità agli inserzionisti di identificare e mostrare messaggi pubblicitari anche a gruppi di utenti molto specifici quali, ad esempio, i viaggiatori frequenti.

Singolare il fatto che, dal punto vista tecnologico, a Pangaea Alliance partecipi indirettamente anche il Wall Street Journal, il cui gruppo di riferimento – la News Corp – detiene il 13,7% delle azione di Rubicon Project, realtà alla base del marketplace che mette in relazione editori e inserzionisti.

E’ bene sottolineare come Pangaea Alliance non sostituisce i canali ad oggi utilizzati per la diffusione dei messaggi pubblicitari (che restano in gran parte gestiti in maniera autonoma da ogni singola testata), quanto completa l’offerta con una modalità trasversale che punta sulla qualità dei contenuti che andranno ad affiancarsi ai messaggi pubblicitari.

Un progetto analogo con protagonisti il New York Times, il Tribune e i gruppi editoriali Hearst e Gannett – chiamato quadrantONE – seppur nato in un contesto differente, dopo cinque anni di attività, nel febbraio 2013 è stato abbandonato.

In un panorama complicato come quello della stampa, risulta difficile pronosticare, nonostante le testate di primissimo piano coinvolte, se Pangeaea Alliance, dopo la fase di test, sarà in grado di proporsi in maniera agguerrita nel sempre più fluido mercato pubblicitario.

Ciò da cui per i giornali pare impossibile prescindere per sopravvivere, è in ogni caso l’aspetto legato agli investimenti in tecnologia, fattore sempre più discriminante per il successo di un progetto editoriale.

Star Touch, quando il tablet vince sul paywall

Recentemente il Financial Times ha “aperto” per un giorno i contenuti del sito dando modo anche ai non abbonati di fruire del materiale informativo della testata.
Nei mesi scorsi anche il Sun e il New York Times hanno almeno parzialmente rivisto la loro strategia in Rete, diminuendo i vincoli per i lettori che arrivano agli articoli dalla condivisione di link attraverso i social media.

Tali iniziative hanno inevitabilmente rimesso al centro dalla discussione tra giornalisti e addetti ai lavori nell’ambito digital, il paywall, il sistema che consente di leggere un numero massimo di articoli gratuiti al mese, barriera strategicamente utilizzata da molti giornali per incentivare gli utenti a sottoscrivere un abbonamento.

Nei mesi scorsi, in un articolo del blog, mi sono soffermato sulla manovra “in retromarcia” effettuata dal primo quotidiano canadese, il Toronto Star che, forte della propria leadership, dapprima ha attivato un paywall salvo poi, alla luce di risultati non soddisfacenti, disconoscere la scelta fatta e tornare a una consultazione gratuita dei contenuti.

In realtà, come già accennavo nella parte finale del post dello scorso aprile, i vertici del giornale non sono tornati esattamente al punto di partenza. L’abbandono del paywall è infatti coinciso con lo sviluppo di una innovativa applicazione (per ora solo disponibile per iPad) lanciata ufficialmente il 15 settembre. Un impegno notevole per la testata che per il progetto, oltre a stanziare un considerevole budget, ha anche reclutato un centinaio di professionisti tra giornalisti, reporter, graphic designer ed esperti di multimedia.

Incuriosito, ho da alcuni giorni installato la app e devo riconoscere che, tra gli applicativi legati al mondo della stampa che avuto modo di provare direttamente, Star Touch – questo il nome della app – risulta a mio parere uno dei più originali e riusciti.

startouch_1

Una volta effettuato il download ho usato il mio ID Apple per entrare nell’edizione quotidiana del giornale (disponibile della 5:30 del mattino, sui 50 MB di peso). La navigazione tra i contenuti è davvero semplice e intuitiva: la pagina iniziale presenta 4 notizie (al centro il pezzo principale che nel caso del mio primo test riguardava la vittoria in Texas della squadra di baseball dei Toronto Blue Jays), organizzate in 3 colonne. Per procedere nella lettura è sufficiente, un po’ come su Flipboard, scorrere l’indice da destra a sinistra. Nella pagina, l’articolo è mostrato in una colonna a sviluppo verticale ed è posizionato sopra l’immagine di alcuni giocatori festanti alla fine del match (se, tenendo fisso il pollice, allargo l’indice sulla foto di sfondo, questa si ingrandisce a tutta pagina). Il testo di tanto in tanto è spezzato da citazioni esplicative in grassetto su sfondo colorato e, anche per questo, risulta molto leggibile. Sulla destra, la foto dell’autore dell’articolo che, al click, mostra la biografia del giornalista, il suo account Twitter e un form che, configurato con il proprio indirizzo email, consente di scrivere un messaggio a chi ha firmato l’articolo.

startouch_2
La pagina seguente è un’inserzione a tutto schermo: interessante notare come il contenuto non sia statico ma permetta di interagire visualizzando 5 diversi prodotti (in una sorta di slideshow) e di visitare i relativi minisite (che si aprono a pop-up).
Continuando nella navigazione, ho trovato altri spazi pubblicitari di differenti formati che, se affiancati agli articoli, restano fissi non seguendo il testo nel suo scorrimento.
Da segnalare anche la pagina dedicata alla campagna elettorale per le elezioni federali: la schermata è composta da una galleria di 10 immagini disposte in due righe che sintetizza i momenti recenti più caldi della scena politica canadese.

startouch_3

Ovunque ci si trovi è possibile, cliccando in alto sul logo della testata, capire a che punto del giornale si è e scorrere, in una carrellata orizzontale, le notizie precedenti e successive. In alto sulla sinistra, invece, affianco al logo per la condivisione dei contenuti, è riconoscibile l’icona delle live news, aggiornamenti rispetto a quanto si sta sfogliando i cui alert possono essere personalizzati sulla base di 4 tematiche (sport, business, entertainment e weather).

Più che piacevole risulta sfogliare le pagine per leggere i contenuti, ascoltare audio (bello il contributo sull’influenza di Shakespeare nella musica che permette di ascoltare brevi clip di differenti artisti), visualizzare foto, video o mappe.

startouch_4

Non si tratta insomma della replica del quotidiano a stampa quanto piuttosto di materiale pensato e organizzato proprio per l’applicazione, in virtù di un approccio redazionale che scommette su storytelling, interattività e multimedialità.

Persa la sfida legata al paywall, il giornale ha deciso di puntare sull’allargamento della base di lettori più che sugli abbonamenti con il duplice ambizioso obiettivo di attirare l’interesse del pubblico giovane e di tornare a crescere sul versante introiti dall’advertising.