Snapchat rinnova Discover. E diventa editore.

Snapchat continua il suo sviluppo e, con la nuova versione della app (9.32) rilasciata alcuni giorni orsono, ha rinnovato Discover (“Storie” in italiano), la parte dedicata ai contenuti editoriali delle testate che con il social network hanno deciso di sperimentare.

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L’aspetto della sezione è completamente cambiato: nella parte alta della schermata le notizie si possono scorrere con un menu orizzontale che mostra le anteprime dei contributi delle redazioni. Visualizzata tutta la galleria delle notizie disponibili, i vari pezzi vengono disposti, in stile Flipboard, in riquadri di differenti dimensioni che si possono navigare dall’alto verso il basso.

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Altre rilevanti novità che palesano l’interesse del social network verso il mondo dell’editoria sono da una parte la possibilità data agli utenti di potersi iscriversi ai diversi canali di modo da non perdersi nemmeno un aggiornamento, dall’altra la modalità di condivisione – tramite iMessage o mail – dei vari contributi di Discover.

L’ultimo tassello resta quello di consentire la misurazione dell’effettivo impatto dei contenuti sugli utenti. Come è lecito attendersi pare che anche da questo versante Snapchat si stia adoperando. Il social network sta lavorando, secondo indiscrezioni, ad un proprio sistema di monitoraggio che consenta a editori e inserzionisti di valutare il seguito generato dai propri contenuti. Inoltre pare che i vertici di Snapchat, in questi ultimi mesi, abbiamo avuto una fitta serie di incontri con comScore, realtà specializzata nella misurazione online, partner anche di Facebook per quel che concerne gli Instant Articles.

Tornando alla rinnovata schermata di Discover, se la parte alta è dedicata ai contenuti editoriali, la seconda metà dello schermo è riservata a contributi in tempo reale degli avvenimenti più partecipati. Anche sul fronte “live”, Snapchat non ha lesinato investimenti per continuare a far crescere il proprio bacino di utenti. Il social network ha infatti siglato un accordo di 3 anni con la direzione di Wimbledon per poter così proporre alla propria community contributi legati al torneo di tennis durante gli incontri (Snapchat ha raggiunto analoghi accordi con la MLB statunitense, per quel che concerne il baseball e la Ligue 1 per quel che riguarda il calcio).

Ultima, ma non meno interessante notizia legata a Snapchat, fa riferimento al fatto che il social network si appresta a diventare anche editore. Il prossimo 27 giugno, infatti, sarà lanciato Real Life, il magazine dedicato alla tecnologia (e al modo di viverla) che, pur promettendo di mantenere una linea editoria indipendente, sarà riconducibile in tutto e per tutto al social network con sede a Los Angeles.

Piccoli fantasmini (continuano) a crescere. E iniziano a fare paura.

Giornali su Facebook, la sperimentazione continua

Img: niemanlab.org

In più occasioni nel blog ho parlato degli Instant Articles, l’innovativa soluzione testata da Facebook con alcuni selezionati partner del comparto media. Sono stato felice di constatare come le sperimentazioni dei giornali con il social network di Mark Zuckerberg in realtà non si limitino alle soluzioni più gettonate (e dibattute) ma, nel tentativo di incontrare l’interesse e le modalità di fruizione più affini ai lettori, possano anche prevedere un certo grado di “creatività”. Due gli esempi ai quali, più degli altri, mi riferisco.
Il primo – e forse quello un po’ più scontato dopo i test delle notizie via Whatsapp – è quello del quotidiano tedesco Bild, il secondo – a mio modo di vedere molto originale – quello del Boston Globe.

Per quel che concerne il giornale fondato da Alex Springer, la redazione ha iniziato a sperimentare l’invio di un numero limitato di notizie attraverso Facebook Messanger. Sfruttando le news sportive legate al calcio mercato (la cui finestra invernale si è da poco conclusa anche in Germania) e, in una sorta di secondo canale tematico, le informazioni legate a un reality show ora in onda nel Paese, gli utenti iscritti al sistema vengono informati dal giornale circa le principali notizie mediante dei messaggi consultabili nella propria casella su Facebook. Al di là dei numeri dei partecipanti all’esperimento (la pagina Bild Ticker ha raccolto sinora poco meno di 700 like) e del fatto che non si tratta di contenuti esclusivi ma di semplici rimandi a pezzi visibili nel sito della testata, il progetto mi pare comunque interessante da seguire. Se da un lato il progetto può risultare invasivo vuoi per un numero di messaggi percepito come eccessivo, vuoi perché le news giocoforza si mescolano a conversazioni della propria sfera privata, i messaggi, proprio perché diretti e “personali”, potrebbero risultare efficaci in termini di partecipazione. Messenger in questo senso, rappresenta la frontiera da poco sdoganata e aperta dal social network agli sviluppatori per creare nuove esperienze interattive.

Il Boston Globe, invece, ha pensato di iniziare a utilizzare con maggiore efficacia (e intelligenza) una tab che in alcune pagine Facebook non risulta nemmeno visibile. Usando le Note il quotidiano della capitale del Massachusetts propone una sorta di newsletter dedicata alle primarie per la presidenza degli Stati Uniti: una pagina molto semplice, con testi (normali e in grassetto) e link al sito del giornale (la sezione note non consente molta libertà di manovra, niente embed di video di YouTube o foto di Instagram). Anche in questo caso il test, al di là del numero di like e di condivisioni, può rappresentare un primo passo verso una modalità alternativa di confronto tra utenti e testate giornalistiche. Dallo scorso settembre la sezione Note è stata “riesumata” da Facebook che l’ha resa più flessibile (e personalizzabile) e, come i più “nobili” Instant Articles, pare faccia registrare tempi di caricamento dei contenuti molto rapidi, aspetto tutt’altro che secondario soprattutto in virtù del crescente numero di utenti da mobile.

Forse i due esperimenti citati non risulteranno di immediato né rilevante impatto sul pubblico ma evidenziano una volta di più l’interesse delle testate nei confronti di Facebook, strumento principe nella quotidianità digitale di moltissimi utenti.

Il Wall Street Journal sbarca Snapchat alla caccia dei giovanissimi

Lo scorso 6 gennaio il prestigioso Wall Street Journal ha ufficializzato, dopo mesi di voci a riguardo, la propria presenza su Snapchat Discover. Si tratta del primo quotidiano statunitense a testare il social network, molto utilizzato dai cosiddetti millennials – un pubblico giovane avvezzo agli strumenti digitali – che ha sin da subito ha trovato interessante la possibilità di scambiare foto e video disponibili per un tempo limitato.

I contenuti della testata non sono visibili al di fuori degli Stati Uniti per cui, per un’idea della comunicazione dei giornali su Snapchat, non posso che fare riferimento al Daily Mail, il primo quotidiano ad essere presente su Discover e il cui canale è visibile anche oltre i confini del Regno Unito.

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Img: Daily Mail on Snapchat

Gli articoli, visibili per 24 ore, sono introdotti da una sorta di anteprima animata – ottimizzata per il mobile – che punta a catturare l’attenzione e che strizza l’occhio alle “gif”. Le notizie sono sfogliabili, se si decide di approfondirle è sufficiente cliccare “leggi” o “guarda” nella parte bassa della schermata (in alcuni casi infatti la notizia è in realtà un contributo video). Per quel che riguarda il giornale inglese, il materiale proposto concerne soprattutto notizie tra gossip, showbiz e “strano ma vero”, ma ho trovato anche news un po’ più seriose circa, ad esempio, il lancio di un nuovo razzo della Blue Origin di Jeff Bezos o le (scioccanti) immagini di alcuni cittadini britannici che, simpatizzanti dell’Isis, hanno fatto impersonare ai loro piccoli figli dei terroristi. Se decido di leggere l’articolo, posso scorrere il pezzo sino alla fine (l’articolo può presentare immagini ma, da quanto ho visto sinora, non link esterni), posso salvarlo o condividerlo con qualche contatto della mia rubrica (prima di fare ciò posso personalizzare il messaggio inserendo emoticon e un testo).

La sfida intrapresa dal WSJ è quella di sperimentare nuovi modi di veicolare notizie con l’obiettivo di analizzare il comportamento degli utenti e di intercettare giovani lettori da trasformare se possibile in nuovi potenziali abbonati. Sulla base delle parole di Carla Zanoni – responsabile emerging media team del quotidiano – il gruppo di lavoro del WSJ dedicato a Snapchat è formato da cinque persone che pubblicano 8 contenuti al giorno, 5 giorni su 7.

Sarà interessante verificare l’appeal dei contenuti economico-finanziari della testata sugli utenti di Snapchat (il primo articolo della redazione, ad esempio, ha approfondito l’aumento degli affitti degli appartamenti in US) per capire se e in che misura siano compatibili con uno strumento piuttosto “scanzonato” di utilizzo prettamente ludico (i selfie caricaturali realizzati attraverso l’utilizzo dei lenses di Snapchat sono affini all’analisi dei dati di Wall Street?).

Il successo dell’iniziativa, infatti, non è scontato. E, come dimostrato la scorsa estate con i canali di Yahoo e Warner Music, Snapchat, per salvaguardare la propria reputazione e continuare nella crescita del numero di utenti attivi, non ha esitato a interrompere il rapporto con questi partner i cui contributi pare non abbiano fatto registrare un grande impatto nella community (per inciso, i due canali sono stati sostituiti da BuzzFeed e iHeartRadio).

L’esperimento delle testate su Snapchat, oltre che dal punto di vista delle redazioni e dei contenuti giornalistici, è da seguire anche in termini prettamente pubblicitari. Le realtà presenti su Discover possono infatti proporre ai loro inserzionisti video pubblicitari su Snapchat (venduti a CPM) nella innovativa forma del native advertising.

La speranza di Snapchat è quella che i media possano contribuire a fare in modo che il social network riesca ad individuare le modalità per generare guadagni senza infastidire (troppo) gli utenti.

Video e live streaming: la frontiera è oltre la TV

Img: fastcompany.com

Quando nelle scorse settimane ho approfondito la questione dell’arrivo in Italia del paywall (pare proprio ufficiale: dal 27 gennaio su corriere.it), leggendo il piano presentato dai vertici di RCS MediaGroup ho appreso anche la notizia della chiusura di Gazzetta TV. Non sono mai stato uno spettatore del canale 59 del digitale terrestre, ma in quanto accaduto alla redazione guidata da Claudio Arrigoni ho ritrovato un’analogia con le ultime decisioni in merito a HuffPost Live, progetto di notizie in live streaming attorno al quale recentemente si è discusso in termini di ridimensionamento e ripensamento del progetto. Si tratta di due realtà molto diverse, sia dal punto di vista “anagrafico” – Gazzetta TV è nata nel febbraio 2015, HuffPost Live è stato lanciato nel 2012 – sia in merito a audience (mentre HuffPost Live ha contribuito non poco alla crescita dello spazio informativo di Arianna Huffington, Gazzetta TV è rimasta lontana dai 0,7% punti di share che erano stati indicati come traguardo per il 2015) ma i due progetti sembrano avere alcuni aspetti in comune.

In un periodo nel quale è il video il formato più in crescita, sembra quasi un controsenso che canali con approfondimenti in diretta raccolgano invece così pochi favori. Viene da chiedersi, insomma, come mai Facebook (con Live Mentions) e Twitter (con Periscope) abbiamo deciso di investire anche sul live streaming quando invece per le redazioni, le dirette sembrano risultare troppo esose rispetto ai ritorni generati.

La risposta credo si possa trovare nel memo scritto dalla direzione di Huffington Post per annunciare al team l’unione delle varie unità dedite alla realizzazione di contenuti video (HuffPost Live, HuffPost News, HuffPost Originals e HuffPost Rise) in un unico team. Il testo, dopo aver sottolineato l’importanza di HuffPost Live nel consolidamento della social experience della testata (32.000 ospiti di oltre 100 Paesi, 3 miliardi di visualizzazioni totali), pone l’accento – senza troppi giri di parole – sui cambiamenti intercorsi negli ultimi anni riguardo alle modalità di consumare e diffondere i video che hanno portato alla decisione di sostituire alle quotidiane 8 ore live, la realizzazione di video “singoli” più facilmente oggetto di condivisione da parte degli utenti. Ciò non certifica la fine delle dirette, che continueranno a seguire i principali avvenimenti politici e culturali, ma di certo evidenzia come il mondo dei video sia tanto in rapida ascesa quanto in veloce evoluzione.

Uno degli ultimi esempi di successo firmato HuffPost è il video 48 Things Women Hear in A Lifetime (That Men Just Don’t), un contributo di un minuto e mezzo, diffuso su Facebook, capace di raccogliere oltre 28 milioni di visualizzazioni e oltre 10 mila commenti. Questo dimostra come sia importante considerare anche le specificità della piattaforma per fare in modo che il contenuto possa ambire a diventare “virale”. Ecco perché la nota su HuffPost Live cita espressamente la necessità di creare video tailor-made per i vari strumenti: la comunicazione su Snapchat e YouTube, piuttosto che su Facebook e Twitter, è differente e, per rispondere a un diverso pubblico, non può risultare indifferenziata.

A ben vedere, i fattori critici non riguardano esclusivamente aspetti quali la “durata” o la ”compatibilità” rispetto a una determinata piattaforma. La questione probabilmente è più profonda ed è legata al linguaggio e, in generale, al format dei video delle dirette. Uno studio, ospiti più o meno noti a commentare quanto accade… forse è proprio il proporre online la grammatica dalla TV il principale ostacolo al successo di video che risultano interessanti ma non a tal punto da innescare meccanismi di passaparola e diffusione rapida e a macchia d’olio dei contributi.

La sfida, in altre parole, è quella di pensare al formato video online (anche) oltre e lontano dalla TV che conosciamo.

Facebook Instant Articles: l’immediatezza che genera valore?

Img: media.fb.com

Lo scorso 16 dicembre, a poco meno di una decina di giorni dal Natale, Facebook ha comunicato di aver esteso anche agli smartphone Android la visualizzazione degli Instant Articles. La fase di test, iniziata lo scorso ottobre con i dispositivi iPhone si è dunque conclusa con successo: sulla base di quanto comunicato sono salite a 350 le testate che lavorano con Facebook al progetto (poco meno di una 10ina le italiane), più di 100 delle quali pubblicano quotidianamente i loro articoli con questo nuovo strumento messo a punto dall’azienda californiana per venire incontro alle esigenze dei media.

La collaborazione tra le redazioni e Facebook, iniziata a metà degli anni Duemila con grandi investimenti, nel corso del tempo, con le evoluzioni del newsfeed e il conseguente ridimensionamento della visibilità degli utenti rispetto ai contenuti pubblicati, ha deluso parte delle aspettative riposte dai giornali nel social network.
Molte testate hanno infatti nel corso del tempo visto scendere il traffico ai loro siti e Facebook, considerato talvolta, in un eccesso di ottimismo, una panacea per i giornali, ha finito per diventare uno strumento di routine ma non efficace quanto auspicato nel risollevare le sorti delle testate.
Facebook ha tuttavia sempre strizzato l’occhio al comparto media, le news rappresentano “risorse” ideali da condividere, contenuti che possono contribuire ad aumentare il tempo speso dagli utenti nel social network.
Ecco perché i vertici dell’azienda hanno deciso, nei confronti dei giornali, di porsi in una rinnovata veste, più come piattaforma che come “rete di profili”: caricando i contributi direttamente su Facebook, senza rimandare a spazi esterni, e seguendo le direttive per ciò che concerne gli aspetti grafici degli articoli, la fruizione dei contenuti risulta più veloce – fattore questo discriminante nella navigazione da mobile – e decisamente più appagante in termini di interazione e di gestione di testi ed elementi multimediali che risultano ottimizzati per rendere al meglio (vedi video ufficiale).

Se uno studio di NewsWhip su 19 articoli istantanei del New York Times pare dimostrare l’efficacia dello strumento nel moltiplicare condivisioni, “mi piace” e, soprattutto, commenti rispetto ai “tradizionali” link ai pezzi diffusi nelle pagine, resta ancora da capire se gli Instant Articles funzionino anche in termini di ad revenue, se in altre parole possano aiutare le testate a fare in modo che gli articoli non solo generino un maggiore tasso di interazione dei lettori ma siano anche in grado di incrementare gli introiti dei messaggi pubblicitari che negli Istant Articles trovano spazio.
Questa credo sia per Facebook una delle sfide da vincere nell’anno appena iniziato.
Anche perché alcune delle testate che sin da subito hanno appoggiato il progetto hanno invitato il social network a rivedere parte delle proprie posizioni giudicando troppo restrittive le linee guida che regolano il rapporto tra redazioni e social network nell’ambito pubblicitario. Un primo momento, ad esempio, non erano previsti “rich media” (inserzioni multimediali) ma solo banner 320 x 500 pixel ogni 500 parole di testo.

Come indicato nella bella intervista di NiemanLab a Michael Reckhow, product manager Instant Articles, resta ancora molto da fare per definire nel migliore dei modi la “forma” più adatta per venire incontro alla esigenze degli editori supportandoli nel costruire strumenti sempre più efficaci nel catturare l’attenzione dei lettori di Facebook. Ma la strada intrapresa sembra quella buona.

Mamma, ho riperso i commenti

Img: mageewp.com

Nel passaggio dalla carta all’online uno degli aspetti più innovativi del rinnovamento della stampa è stato il passaggio da un lettore che passivamente fruiva del materiale informativo a uno che invece è in grado di interagire direttamente con la redazione e con gli altri utenti. I commenti agli articoli hanno contribuito a scrivere un nuovo paradigma in grado di superare il solipsismo della lettura individuale e di rendere le notizie, almeno potenzialmente, stimolo al confronto con un pubblico.
Gli sviluppi della Rete stanno però facendo vacillare la comunicazione bidirezionale quale caratteristica imprescindibile del giornalismo online. Iniziano infatti ad essere numerose – e rilevanti – le testate che decidono di ridimensionare o addirittura eliminare lo spazio dedicato ai commenti dei lettori. Il Chicago Sun Time, il Daily Beast, Re/code, Bloomberg ma anche piattaforme quali The Verge e Medium sono solo alcuni degli esempi di realtà informative che hanno deciso di apportare modifiche ai propri spazi di conversazione con gli utenti.
Questo in primis perché il dibattito sugli articoli da parte dei lettori per la gran parte ormai avviene al di fuori degli spazi delle testate, nei social network, spazi nei quali gli utenti possono confrontarsi con semplicità, immediatezza e a più ampio raggio rispetto ai canali “istituzionali” dei siti informativi. In seconda istanza perché la gestione del flusso di commenti è dispendiosa e, in un panorama come quello della stampa nel quale le risorse continuano ad essere piuttosto limitate, in molti hanno preferito sbarazzarsi del problema legato alla moderazione dei contenuti. Con l’auspicio che il confronto con/tra utenti non si esaurisca quanto piuttosto si sposti altrove continuando però a generare interesse nei confronti degli articoli.
Uno dei casi più rilevanti in questo senso è stata la decisione di Reuters: in un breve comunicato l’agenzia stampa britannica ha annunciato che in virtù delle novità nel modo di interagire degli utenti con le news, constatando quanto le conversazioni sulle notizie si tengano ormai in maniera preponderante su social media e forum – community di numerosi partecipanti che si confrontano in virtù di policy condivise che tendono ad emarginare coloro che abusano della libertà di espressione – ha deciso di non rendere più possibili i commenti alle notizie.
Anche Motherboard, lo spazio di Vice dedicato alle notizie scientifiche, ha deciso di mettere uno stop ai commenti optando per una nostalgica sezione “Lettere al direttore”.

E mentre Reddit lancia la propria piattaforma informativa – Upvoted – senza lasciare spazio ai commenti (con l’obiettivo probabilmente di raccogliere adesioni dagli inserzionisti, attirati dal pubblico di Reddit ma spaventati dal tono delle accese polemiche che spesso infiammano le discussioni), il New York Times, per rendere più snelle le attività di moderazione dei contenuti, introduce i “verified commenters”, utenti che l’algoritmo alla base della gestione dei commenti, in virtù dello storico delle loro interazioni, considera come affidabili senza la necessità di controlli pre-pubblicazione.

In generale, resta da capire se la scelta di eliminare i commenti possa contribuire in maniera costruttiva a fare in modo che le redazioni concentrino i loro sforzi unicamente sul versante qualitativo dei propri contenuti o se, invece, il fatto che le conversazioni degli utenti attorno alle notizie avvengano fuori dai confini dalle testate certifichi semplicemente la subordinazione di queste ultime ad altri canali comunicativi evidentemente più efficaci nell’attirare l’attenzione degli utenti.

Il futuro di Twitter nelle news più che nelle conversazioni?

Img: buzzfeed.com

Dallo scorso lunedì 3 agosto, per alcuni utenti statunitensi e giapponesi, tra le voci del menu orizzontale (Home, Notifiche, Messaggi e Account le opzioni sinora presenti) è apparsa anche la nuova icona News. Si tratta di un esperimento portato avanti dalla società californiana nel tentativo di offrire nuove e più semplici modalità per individuare i contenuti più interessanti. Una volta cliccato News, Twitter visualizza le notizie più discusse mostrandone l’origine (la testata), il titolo e un’immagine di anteprima. Scelta una voce, il messaggio si espande visualizzando, oltre a titolo e alla fonte, un blocco di testo dell’articolo e il link cliccando il quale leggere il pezzo. Come sottolinea un interessante articolo di BuzzFeed (tra le prime testate a riportare la notizia dalla nuova feature di Twitter), con questa mossa – e con il crescente interesse per gli eventi live – Twitter ha forse intrapreso definitivamente la strada che porterà la app a diventare una sorta di motore di ricerca di contenuti piuttosto che esclusivamente uno strumento per condividere informazioni. Il cambio di prospettiva, però, non è solo finalizzato a un miglioramento della cosiddetta user experience (e, quindi ad incrementare il numero della base di active user la cui crescita resta piuttosto lenta), alla base della decisione c’è sicuramente anche l’aspetto legato ai profitti. Il limite di Twitter per molti inserzionisti è oggi come oggi rappresentato dalla difficoltà di inserire messaggi pubblicitari all’interno di conversazioni tra utenti senza che questi siano percepiti come ostacolo al flusso comunicativo. Prevedendo una sezione apposita per le notizie (che in questa fase sperimentale non presenta advertising ed è appannaggio di un numero limitato di partner), è facile intuire come obiettivo di Twitter sia quello di offrire nuovi spazi di azione più efficaci a chi desidera pubblicizzare la propria azienda, rinnovando le possibilità di native advertising messe a disposizione dallo strumento.
Ad inizio aprile Twitter ha abbandonato Discover, superando la possibilità di individuare contenuti sulla base delle persone seguite e semplificando l’emergere di hashtag e argomenti di tendenza (che vengono elencati scegliendo lo strumento della lente per la ricerca in alto a destra) a livello più esteso.

Dopo Facebook e Snapchat, anche Twitter dunque punta sulle news offrendo ad un comparto media, sempre più competitivo, una più stretta collaborazione. Con la speranza che la sinergia possa essere win-win, proficua per entrambi i soggetti in gioco.

News Feed il segreto del successo di Facebook?

Img: newsroom.fb.com

 

Da alcuni giorni il team di Facebook ha annunciato una nuova modifica al News Feed, l’algoritmo che regola il flusso di notizie visualizzato dagli utenti. Se l’obiettivo resta sempre quello di mostrare le storie più interessanti per il profilo che le scorre, da alcuni giorni per il pubblico statunitense, all’organizzazione automatica dei contenuti si affianca la possibilità di personalizzare, almeno in parte, il controllo del flusso comunicativo. Ogni utente ha modo infatti di selezionare amici e pagine i cui contributi vedere prima, definendo quindi le proprie priorità.

La storia del News Feed è piuttosto interessante. Non solo perché ogni cambiamento nell’algoritmo che lo regola inevitabilmente finisce per influenzare ciò che ognuno di noi visualizza accedendo a Facebook, ma anche perché il News Feed è il fulcro del social network, sicuramente uno degli aspetti sui quali Mark Zuckerberg e soci investono molto.

Il lancio del News Feed è datato settembre 2006, prima Facebook – come suggerisce il nome –era essenzialmente una raccolta di profili nei quali gli utenti potevano indicare i loro hobby, la loro band preferita, caricare foto, scrivere nelle bacheche degli amici, ma nei quali alle diverse azioni non era data molta rilevanza. Con il diffondersi del social network gli sviluppatori si accorsero però che un numero sempre maggiore di utenti sceglieva di visualizzare la sezione dedicata alle modifiche dei profili degli amici. Gli ingegneri decisero così di semplificare la modalità in base alla quale restare informati circa gli aggiornamenti del proprio network di amici lanciando appunto News Feed.
Curiosamente, la novità non fu accolta benissimo: dando maggior risalto alle azioni – in tempo reale si iniziò ad essere informati su ogni singola modifica nei profili degli amici – gli utenti come mai prima si videro inondati di notifiche. Tanto che, non abituati, in molti si riunirono in gruppi quali “Students Against Facebook News Feed” chiedendo ai vertici del social network un passo indietro. Il malumore fu così acceso che lo stesso Zuckerberg si trovò “costretto” a tranquillizzare gli utenti invitandoli a vedere News Feed come una interessante modalità per restare informati sulle novità nella vita degli amici.

Con il debutto, nel 2009, del pulsante “like” attraverso il quale gli utenti iniziarono ad interagire con l’algoritmo alla base del News Feed (indicando al sistema i contributi più interessanti e ai quali dare maggiore visibilità) le dinamiche cambiarono notevolmente.

Dall’osservazione del comportamento degli iscritti, Facebook arrivò allo sviluppo, nel 2011, del cosiddetto EdgeRank, una formula più complessa per la gestione delle notizie da mostrare, in grado di “adattarsi” alle esigenze degli utenti differenziando ogni profilo sulla base (essenzialmente) di tre variabili: affinity, weight, decay. Con il parametro affinity l’algoritmo valuta le relazioni tra gli utenti misurando il grado di interazione tra i profili e premiando i contenuti di chi è riuscito a generare un numero maggiore di like, di commenti, di condivisioni; il concetto di weight, invece, fa riferimento alla tipologia di status: foto e video hanno la priorità su semplici link che a loro volta vengono visualizzati prima degli aggiornamenti di solo testo (anche commenti e like contribuiscono ad aumentare il “peso” di un contributo pubblicato); (time) decay, infine, valuta il tempo trascorso dalla messa online del contributo.

La ricerca di Facebook continua, gli aggiornamenti del News Feed sono ormai a cadenza (quasi) settimanale e oltre alla possibilità di personalizzare manualmente il proprio flusso di aggiornamenti, da alcune settimane l’algoritmo tiene in considerazione anche il tempo speso sul singolo post per valutare il grado di interesse di uno status (enfatizzando maggiormente i contenuti degli amici rispetto a quelli delle pagine).

Quindi presente e futuro passano sicuramente da News Feed. Non solo perché più efficace sarà l’algoritmo più tempo ognuno di noi spenderà su Facebook, ma soprattutto perché più attenzione il flusso informativo sarà in grado di catturare più introiti dagli inserzionisti il social network riuscirà ad ottenere.

Per i brand, la sfida per ottenere una relazione sempre più stretta con gli utenti è iniziata. Perchè ormai il “mi piace” può non bastare più.

Audience engagement, il giornale oltre le news

Img: themediabriefing.com

Lo sviluppo del mondo giornalismo si evince anche dalle mansioni che, con lo sviluppo degli strumenti digitali, entrano a far parte delle redazioni. Se, per esempio, sino a non molti anni fa non tutte le testate potevano contare su una figura dedicata esclusivamente ai social media, oggi, i gruppi editoriali più innovativi propongono addirittura profili lavorativi più “evoluti” che si occupano di audience engagement, di come cioè coinvolgere – in misura sempre maggiore – il proprio bacino di lettori. In una bella intervista rilasciata al NeimanLab, Renée Kaplan, a un mese dall’insediamento, ha risposto ad alcune domande sul proprio ruolo in qualità di responsabile audience engagement del prestigioso Financial Times (giornale che, lo ricordo, basa il proprio modello di business sul paywall). L’obiettivo dell’operato del team da lei diretto (data analyst, SEO specialist e social media producer) è quello, in prima istanza, di conoscere il pubblico di lettori di FT – quali articoli preferiscono? In quali formati? Quando e come fruiscono delle notizie? – per riuscire così ad adattare al meglio i contenuti a disposizione, ottenendone il massimo in termini di traffico e di condivisioni. Altro scopo, di certo non secondario, è quello di ottimizzare i contenuti differenziandoli a seconda dello strumento utilizzato per diffonderli. L’esempio citato in questo senso è il materiale relativo al recente “scandalo Fifa”: il team di Kaplan, ai “classici” articoli testuali con molti dettagli su quanto stava accadendo, ha affiancato la realizzazione di materiale grafico sul tema specificatamente pensato per essere diffuso e condiviso nei canali social.

I termini chiave di chi si occupa di audience engagement sono distribution e organic reach, parametri questi che misurano l’effetto dei contenuti della redazione, il loro impatto giornalistico, dentro e fuori gli spazi del giornale.

Interessante notare come Kaplan e colleghi lavorino spalla a spalla con gli uffici editoriali ma non siano direttamente collegati ai desk di chi invece è deputato alla sfera dell’advertising. Chiaro che l’obiettivo trasversale a tutti i reparti è quello di far in modo che quante più persone visitino il sito, ci trascorrano quanto più tempo possibile e ci tornino quanto più spesso, ma non ci sono traguardi commerciali da raggiungere per chi lavora sul lato engagement.

Si tratta piuttosto di identificare le strategie migliori – e in questo, impossibile prescindere da una approfondita analisi – per sfruttare al meglio il materiale a disposizione. Per soddisfare gli abbonati e per attirarne di nuovi.

Perché le notizie, da sole, non bastano più.
E i giornali non sono più semplici redazioni.

The Sun: il sole splende sulla carta ma non su web

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Img: thesun.co.uk

Il Sun è il quotidiano-tabloid più venduto in Inghilterra. Tra gli addetti ai lavori c’è però chi è pronto a scommettere che questo suo primato sia quanto mai in bilico.
Se il ridimensionamento in termini di copie cartacee vendute è un male comune a quasi tutte le testate, il tasso di decrescita del Sun pare essere più elevato rispetto a quello dei giornali concorrenti. Secondo l’Audit Bureau of Circulations, infatti, il numero di copie al mese vendute dalla testata è passato dagli oltre 3 milioni di copie dell’agosto 2010 ai 1,8 milioni del febbraio 2015.
I problemi per il giornale del gruppo Murdoch, però, non sembrano essere esclusivamente quelli della stampa. Nel 2013 il Sun decise di adottare il paywall e, sulla base dei dati comunicati dalla stessa redazione, a dicembre dello scorso anno gli abbonatia Sun+ erano 225.000. Difficile giudicare tale cifra, ma in virtù del fatto che il più acerrimo concorrente della testata, il Daily Mail, continua a perseguire la strategia della gratuità dei contenuti in Rete (e forse proprio in virtù di tale scelta è il quotidiano online più letto al mondo), è lecito pensare che le ultime riunioni della direzione del giornale sull’approccio online della testata non siano state entusiastiche.
Anche perché l’appeal del Sun nei confronti degli inserzionisti è dato proprio dal vasto pubblico di lettori e se questo viene meno gli investimenti pubblicitari potrebbero essere dirottati altrove.
In questo contesto si inserisce la decisione del giornale – trapelata dal Guardian – che, a partire dal prossimo luglio, aumenterà il numero di articoli fruibili gratuitamente, fuori dall’orbita del paywall. L’obiettivo è quello di sfruttare le condivisioni degli articoli nei social network per attirare nuovi lettori con la speranza che possano trasformarsi in nuovi abbonati. Il progetto inizierà da “general news” e “sport”, due delle sezioni più gettonate dagli utenti. In particolare quest’ultima è strategica per il Sun che da tre anni paga milioni di sterline per garantirsi l’esclusiva dei videoclip con i goal della Premier Leauge, la “serie A” inglese.
Mike Darcey, CEO di News UK, in una nota allo staff, ha presentato l’iniziativa di apertura oltre il paywall come un (nuovo) inizio dell’evoluzione del Sun per continuare ad adattarsi alle esigenze di lettori e inserzionisti nel tentativo di identificare il modello distributivo più adatto.
Sarà sicuramente interessante valutare nei prossimi mesi l’impatto che l’esperimento avrà sul numero di lettori unici e su quello degli abbonati alla testata. Se sull’incremento del numero di utenti del giornale online non ci sono infatti molti dubbi, si apre però la sfida per individuare i pezzi con la più alta predisposizione alla condivisione in grado, contemporaneamente, di salvaguardare gli abbonamenti già sottoscritti.