Facebook Instant Articles: l’immediatezza che genera valore?

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Lo scorso 16 dicembre, a poco meno di una decina di giorni dal Natale, Facebook ha comunicato di aver esteso anche agli smartphone Android la visualizzazione degli Instant Articles. La fase di test, iniziata lo scorso ottobre con i dispositivi iPhone si è dunque conclusa con successo: sulla base di quanto comunicato sono salite a 350 le testate che lavorano con Facebook al progetto (poco meno di una 10ina le italiane), più di 100 delle quali pubblicano quotidianamente i loro articoli con questo nuovo strumento messo a punto dall’azienda californiana per venire incontro alle esigenze dei media.

La collaborazione tra le redazioni e Facebook, iniziata a metà degli anni Duemila con grandi investimenti, nel corso del tempo, con le evoluzioni del newsfeed e il conseguente ridimensionamento della visibilità degli utenti rispetto ai contenuti pubblicati, ha deluso parte delle aspettative riposte dai giornali nel social network.
Molte testate hanno infatti nel corso del tempo visto scendere il traffico ai loro siti e Facebook, considerato talvolta, in un eccesso di ottimismo, una panacea per i giornali, ha finito per diventare uno strumento di routine ma non efficace quanto auspicato nel risollevare le sorti delle testate.
Facebook ha tuttavia sempre strizzato l’occhio al comparto media, le news rappresentano “risorse” ideali da condividere, contenuti che possono contribuire ad aumentare il tempo speso dagli utenti nel social network.
Ecco perché i vertici dell’azienda hanno deciso, nei confronti dei giornali, di porsi in una rinnovata veste, più come piattaforma che come “rete di profili”: caricando i contributi direttamente su Facebook, senza rimandare a spazi esterni, e seguendo le direttive per ciò che concerne gli aspetti grafici degli articoli, la fruizione dei contenuti risulta più veloce – fattore questo discriminante nella navigazione da mobile – e decisamente più appagante in termini di interazione e di gestione di testi ed elementi multimediali che risultano ottimizzati per rendere al meglio (vedi video ufficiale).

Se uno studio di NewsWhip su 19 articoli istantanei del New York Times pare dimostrare l’efficacia dello strumento nel moltiplicare condivisioni, “mi piace” e, soprattutto, commenti rispetto ai “tradizionali” link ai pezzi diffusi nelle pagine, resta ancora da capire se gli Instant Articles funzionino anche in termini di ad revenue, se in altre parole possano aiutare le testate a fare in modo che gli articoli non solo generino un maggiore tasso di interazione dei lettori ma siano anche in grado di incrementare gli introiti dei messaggi pubblicitari che negli Istant Articles trovano spazio.
Questa credo sia per Facebook una delle sfide da vincere nell’anno appena iniziato.
Anche perché alcune delle testate che sin da subito hanno appoggiato il progetto hanno invitato il social network a rivedere parte delle proprie posizioni giudicando troppo restrittive le linee guida che regolano il rapporto tra redazioni e social network nell’ambito pubblicitario. Un primo momento, ad esempio, non erano previsti “rich media” (inserzioni multimediali) ma solo banner 320 x 500 pixel ogni 500 parole di testo.

Come indicato nella bella intervista di NiemanLab a Michael Reckhow, product manager Instant Articles, resta ancora molto da fare per definire nel migliore dei modi la “forma” più adatta per venire incontro alla esigenze degli editori supportandoli nel costruire strumenti sempre più efficaci nel catturare l’attenzione dei lettori di Facebook. Ma la strada intrapresa sembra quella buona.

Il 2016 l’anno del paywall anche in Italia?

Img: wired.it

Gli ultimi giorni dall’anno, almeno per quel che concerne il panorama editoriale italiano, sono stati movimentati dall’annuncio dell’imminente lancio del paywall per il Corriere della Sera. Da anni si ricorrono le voci sull’esordio di questo tipo di strategia da parte dei principali quotidiani nazionali (su Twitter, per esempio, io stesso ho rilanciato un articolo datato ottobre 2013 che annunciava scelte che ad oggi non hanno avuto seguito) ma, in occasione della presentazione del piano industriale del Gruppo RCS, si è data molta enfasi alla decisione che dovrebbe concretizzarsi entro la fine del prossimo gennaio.

Alla base del progetto, tre (macro)obiettivi che il Gruppo si è dato: sostenibilità economica, trasformazione del proprio business, crescita futura. Tra le azioni che la Direzione ha deciso di intraprendere quella chiamata “Oltre il digitale” cita espressamente il paywall quale “nuovo modello di abbonamento per monetizzare in modo adeguato i contenuti, conoscere e fidelizzare il lettore”.

Dalle (poche) parole di chi ha presentato l’ambizioso progetto ancora non emergono i dettagli. Si è sottolineata la necessità di pagare i contenuti di qualità, l’importanza della sperimentazione anche in Italia, la flessibilità della formula che prevederà più combinazioni e lo spessore di un’iniziativa che ha attinto dalle best practice internazionali.

Il punto di riferimento, pare assodato, sarà il metered paywall, una soglia di sbarramento agli articoli gratuitamente fruibili non rigidissima che, nelle sue forme di maggiore successo, consente, ad esempio, di leggere gli articoli anche una volta superato il limite definito se si arriva ai contributi da un link condiviso nei social media o di preservare l’accesso alle gallery multimediali – foto e video – senza limitazioni. Un muro non completamente “impermeabile” dunque che potrebbe prevedere un numero massimo di articoli (10 articoli al mese?) da leggere gratuitamente, richiedendo la registrazione per aumentare senza spese il numero di articoli gratis di alcune unità (10 + 5 al mese?) superati i quali sarà invece necessario sottoscrivere un abbonamento al giornale.

In questo modo il passaggio da una lettura completamente gratuita a una formula più restrittiva risulterebbe probabilmente meno brusco e, almeno in linea teorica, eviterebbe un crollo degli accessi al sito della testata preservando al contempo la raccolta pubblicitaria digitale.

Non si tratta certo dell’unico elemento di “cambiamento” prospettato, altre azioni a programma sono, ad esempio, il ritrovato interesse per hyperlocal oltre al focus sulla trasformazione data-centrica per conoscere e interpretare al meglio il bacino di utenti. Ma forse sarà proprio il paywall quello che, almeno nell’immediato, avrà l’impatto più rilevante sui lettori e sugli altri “attori” del panorama giornalistico nazionale.

Quanto recentemente accaduto con il Toronto Star e con il Sun, quotidiani che hanno rivisto la propria strategia abbandonando il paywall sul quale avevano deciso di puntare, sembrano prospettare un inizio in salita per il quotidiano milanese, soprattutto in considerazione del prestigioso quanto impegnativo ruolo di “rompighiaccio”, prima testata italiana a sperimentare il paywall.

In questo senso, un dettaglio mi ha dato da pensare. Degli otto punti elencati per raggiungere quanto stabilito dal Piano Industriale, il messaggio ufficiale di RCS liquida piuttosto sbrigativamente il primo punto che rispetto agli altri, pur aprendo l’elenco, risulta fumoso. In maniera generica si fa riferimento all’obiettivo di “ridurre i costi, preservando investimenti e qualità”. Ecco, forse mi sarei aspettato un più audace quanto netto riferimento ad un ulteriore aumento della qualità rispetto a una “difesa” dell’attuale approccio che mi sembra emergere tra le righe del comunicato. Perché per convincere i visitatori di corriere.it ad abbonarsi al quotidiano rinunciando alle notizie gratuite di altri spazi informativi è probabilmente necessario far loro percepire ancora meglio il valore aggiunto che solo il Corriere delle Sera può offrire. In termini di obiettività, di approfondimento delle analisi, di autorevolezza. Lo status quo da solo non è sufficiente.

Se il Sun abbandona il paywall, News Corp rilancia il (social) video advertising

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Seguo sempre con interesse le vicende legate al britannico The Sun (e alla News Corp in generale). Vuoi perché fisicamente più vicino all’Italia rispetto ad altri autorevoli giornali d’Oltreoceano, vuoi perché appartiene a quel vulcanico australiano che risponde al nome di Rupert Murdoch, probabilmente l’antitesi del nativo digitale oggi tanto caro alle testate, ma di fatto a capo di uno dei maggiori gruppi “media” del mondo.
Il Sun è un quotidiano-tabloid che ha fatto del sensazionalismo e dello scandalo in prima pagina il suo marchio di fabbrica. Sarebbe ingiusto ridurre il giornale a queste due sole caratteristiche – la vena informativa è presente e in qualche modo bilancia le tematiche leggere e più vicine al gossip che all’informazione – ma è pur vero che, in virtù di tali caratteristiche, il Sun ha un notevole seguito, in particolare tra il pubblico giovane (nella fascia d’età 15-34 anni lo stile del giornale sembra far breccia più di altri).
La testata, tuttavia, non si è ancora dimostrata in grado di sfruttare al meglio il proprio bacino di utenza. La strategia digitale legata al paywall per incentivare i lettori a sottoscrivere un abbonamento, ad esempio, non ha fatto registrare i numeri auspicati (in poco più di un anno, 225.000 abbonati, un numero piuttosto basso per le ambizioni di un quotidiano con oltre un milione di lettori al giorno) e proprio per questo motivo, dallo scorso 30 novembre (curiosamente il Cyber Monday) è stata abbandonata. I vertici del giornale, forti delle conoscenze acquisite durante il periodo pay-for, hanno deciso di puntare in maniera più convinta sui social media e su innovative collaborazioni quali quelle con Storyful, Apple News e Facebook Instant Articles. Se appare chiaro come la testata, rendendo nuovamente gratuita la fruizione dei propri articoli, voglia tornare a fare crescere il proprio pubblico di lettori (se possibile erodendo il pubblico del Mail e del Guardian), non può passare in secondo piano l’acquisizione da parte del gruppo di riferimento del giornale di Unruly, società specializzata nel social video advertising (che ho avuto modo di conoscere direttamente) che di certo contribuirà all’individuazione di un nuovo modello di advertising che possa far crescere i guadagni pubblicitari di pari passo con l’auspicato aumento dei lettori.
Il mercato dell’online video advertising (ivi compreso il mobile video adv) è tra i comparti in maggior crescita per quel che concerne gli investimenti sul web. Il poter contare su una tecnologia in grado di offrire agli inserzionisti soluzioni d’avanguardia per funzionamento, analisi e tracciamento – senza contare le collaborazioni già in essere tra Unruly e rivali di News Corp quali i gruppi Hearts e USA Today – non potrà che supportare The Sun e News UK nel tentativo di aumentare le digital revenue. E, come suggerito da Robert Thomson chief executive di News Corp, nel saper vagliare meglio ciò che le persone leggono, guardano, vendono e comprano nell’attuale panorama digitale. Questo forse l’aspetto più interessante: l’acquisizione di Unruly potrà essere giudicata negli anni a venire un successo non solo in virtù delle maggiori opportunità offerte agli inserzionisti, ma anche in considerazione di ciò che le redazioni dei giornali del gruppo di Murdoch riusciranno a far proprio in termini di social data, ottimizzazione dei contenuti, analisi della propensione alla “viralità” di un video come di un articolo. In altre parole, la piena efficacia dell’acquisizione di Unruly, a mio parere, si concretizzerà quando la tecnologia sarà a supporto del quotidiano lavoro dei giornalisti e non solo appannaggio dell’ufficio commerciale deputato alla vendita degli spazi pubblicitari.

Mamma, ho riperso i commenti

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Nel passaggio dalla carta all’online uno degli aspetti più innovativi del rinnovamento della stampa è stato il passaggio da un lettore che passivamente fruiva del materiale informativo a uno che invece è in grado di interagire direttamente con la redazione e con gli altri utenti. I commenti agli articoli hanno contribuito a scrivere un nuovo paradigma in grado di superare il solipsismo della lettura individuale e di rendere le notizie, almeno potenzialmente, stimolo al confronto con un pubblico.
Gli sviluppi della Rete stanno però facendo vacillare la comunicazione bidirezionale quale caratteristica imprescindibile del giornalismo online. Iniziano infatti ad essere numerose – e rilevanti – le testate che decidono di ridimensionare o addirittura eliminare lo spazio dedicato ai commenti dei lettori. Il Chicago Sun Time, il Daily Beast, Re/code, Bloomberg ma anche piattaforme quali The Verge e Medium sono solo alcuni degli esempi di realtà informative che hanno deciso di apportare modifiche ai propri spazi di conversazione con gli utenti.
Questo in primis perché il dibattito sugli articoli da parte dei lettori per la gran parte ormai avviene al di fuori degli spazi delle testate, nei social network, spazi nei quali gli utenti possono confrontarsi con semplicità, immediatezza e a più ampio raggio rispetto ai canali “istituzionali” dei siti informativi. In seconda istanza perché la gestione del flusso di commenti è dispendiosa e, in un panorama come quello della stampa nel quale le risorse continuano ad essere piuttosto limitate, in molti hanno preferito sbarazzarsi del problema legato alla moderazione dei contenuti. Con l’auspicio che il confronto con/tra utenti non si esaurisca quanto piuttosto si sposti altrove continuando però a generare interesse nei confronti degli articoli.
Uno dei casi più rilevanti in questo senso è stata la decisione di Reuters: in un breve comunicato l’agenzia stampa britannica ha annunciato che in virtù delle novità nel modo di interagire degli utenti con le news, constatando quanto le conversazioni sulle notizie si tengano ormai in maniera preponderante su social media e forum – community di numerosi partecipanti che si confrontano in virtù di policy condivise che tendono ad emarginare coloro che abusano della libertà di espressione – ha deciso di non rendere più possibili i commenti alle notizie.
Anche Motherboard, lo spazio di Vice dedicato alle notizie scientifiche, ha deciso di mettere uno stop ai commenti optando per una nostalgica sezione “Lettere al direttore”.

E mentre Reddit lancia la propria piattaforma informativa – Upvoted – senza lasciare spazio ai commenti (con l’obiettivo probabilmente di raccogliere adesioni dagli inserzionisti, attirati dal pubblico di Reddit ma spaventati dal tono delle accese polemiche che spesso infiammano le discussioni), il New York Times, per rendere più snelle le attività di moderazione dei contenuti, introduce i “verified commenters”, utenti che l’algoritmo alla base della gestione dei commenti, in virtù dello storico delle loro interazioni, considera come affidabili senza la necessità di controlli pre-pubblicazione.

In generale, resta da capire se la scelta di eliminare i commenti possa contribuire in maniera costruttiva a fare in modo che le redazioni concentrino i loro sforzi unicamente sul versante qualitativo dei propri contenuti o se, invece, il fatto che le conversazioni degli utenti attorno alle notizie avvengano fuori dai confini dalle testate certifichi semplicemente la subordinazione di queste ultime ad altri canali comunicativi evidentemente più efficaci nell’attirare l’attenzione degli utenti.

Pangaea Alliance: qualità e tecnologia per contrastare Facebook e Google

The Pangaea Alliance

Img: newsonnews.com

Il difficile periodo della stampa sta continuando. A rendere complicato lo scenario è in particolare la percentuale relativa agli investimenti pubblicitari che, per il comparto informativo, risulta dall’inizio dell’anno ancora in contrazione. Un articolo del Guardian, ad esempio, analizzando lo scenario dei quotidiani d’oltremanica, evidenzia come le prime 10 realtà in termini di budget pubblicitari abbiano tagliato mediamente del 20% gli investimenti in adv nei giornali: dal -20% del top spender Sky, al -39% di Tesco, le grandi realtà aziendali sembrano identificare sempre meno la stampa tradizionale quale risposta alle loro esigenze di visibilità. E, aspetto forse ancora più preoccupante, non solo su carta. Anche il comparto digitale delle testate, infatti, se non registra segni meno, ha mediamente rallentato la sua crescita. Uno degli esempi più lampanti in questo senso è quello del Daily Mail che, nonostante i 200 milioni di utenti al mese, non è ancora riuscito a trovare un efficace approccio per sfruttare al meglio il proprio bacino di utenza e, dalla scorsa estate, per quel che concerne il reparto digital, ha fatto segnare una crescita minima. Intendiamoci, non è la Rete il problema, gli investimenti online crescono di anno in anno (anche se nel 2015 con tassi trimestrali di crescita inferiori rispetto a quelli dei due anni precedenti). Solo, al momento, il grosso della fetta pubblicitaria online è preda di piattaforme quali Facebook e Google piuttosto che degli editori.

Ecco spiegato il motivo per il quale il Guardian, il Financial Times, la CNN e la Thomson Reuters, pur competitor nel panorama informativo, hanno deciso di collaborare sul fronte dell’advertising in Pangaea Alliance. Combinando l’audience di ciascuna testata (sino al 10% degli spazi pubblicitari di ciascuna realtà coinvolta), il totale di 110 milioni di utenti risulta infatti molto più interessante per gli inserzionisti delle inventory di ciascuna delle singole realtà informative. I brand, tramite quella che viene chiamata in gergo programmatic technology – in parole semplici, un sistema automatizzato di compravendita di spazi pubblicitari – avranno modo, in virtù di un pubblico più ampio di riferimento, di comunicare i loro messaggi pubblicitari in maniera più efficace. Come? Senza addentrarsi in tecnicismi, al centro del progetto ci sono una data management platform (DMP) e un ad server in grado di segmentare i diversi utenti sulla base del loro comportamento online offrendo l’opportunità agli inserzionisti di identificare e mostrare messaggi pubblicitari anche a gruppi di utenti molto specifici quali, ad esempio, i viaggiatori frequenti.

Singolare il fatto che, dal punto vista tecnologico, a Pangaea Alliance partecipi indirettamente anche il Wall Street Journal, il cui gruppo di riferimento – la News Corp – detiene il 13,7% delle azione di Rubicon Project, realtà alla base del marketplace che mette in relazione editori e inserzionisti.

E’ bene sottolineare come Pangaea Alliance non sostituisce i canali ad oggi utilizzati per la diffusione dei messaggi pubblicitari (che restano in gran parte gestiti in maniera autonoma da ogni singola testata), quanto completa l’offerta con una modalità trasversale che punta sulla qualità dei contenuti che andranno ad affiancarsi ai messaggi pubblicitari.

Un progetto analogo con protagonisti il New York Times, il Tribune e i gruppi editoriali Hearst e Gannett – chiamato quadrantONE – seppur nato in un contesto differente, dopo cinque anni di attività, nel febbraio 2013 è stato abbandonato.

In un panorama complicato come quello della stampa, risulta difficile pronosticare, nonostante le testate di primissimo piano coinvolte, se Pangeaea Alliance, dopo la fase di test, sarà in grado di proporsi in maniera agguerrita nel sempre più fluido mercato pubblicitario.

Ciò da cui per i giornali pare impossibile prescindere per sopravvivere, è in ogni caso l’aspetto legato agli investimenti in tecnologia, fattore sempre più discriminante per il successo di un progetto editoriale.

Star Touch, quando il tablet vince sul paywall

Recentemente il Financial Times ha “aperto” per un giorno i contenuti del sito dando modo anche ai non abbonati di fruire del materiale informativo della testata.
Nei mesi scorsi anche il Sun e il New York Times hanno almeno parzialmente rivisto la loro strategia in Rete, diminuendo i vincoli per i lettori che arrivano agli articoli dalla condivisione di link attraverso i social media.

Tali iniziative hanno inevitabilmente rimesso al centro dalla discussione tra giornalisti e addetti ai lavori nell’ambito digital, il paywall, il sistema che consente di leggere un numero massimo di articoli gratuiti al mese, barriera strategicamente utilizzata da molti giornali per incentivare gli utenti a sottoscrivere un abbonamento.

Nei mesi scorsi, in un articolo del blog, mi sono soffermato sulla manovra “in retromarcia” effettuata dal primo quotidiano canadese, il Toronto Star che, forte della propria leadership, dapprima ha attivato un paywall salvo poi, alla luce di risultati non soddisfacenti, disconoscere la scelta fatta e tornare a una consultazione gratuita dei contenuti.

In realtà, come già accennavo nella parte finale del post dello scorso aprile, i vertici del giornale non sono tornati esattamente al punto di partenza. L’abbandono del paywall è infatti coinciso con lo sviluppo di una innovativa applicazione (per ora solo disponibile per iPad) lanciata ufficialmente il 15 settembre. Un impegno notevole per la testata che per il progetto, oltre a stanziare un considerevole budget, ha anche reclutato un centinaio di professionisti tra giornalisti, reporter, graphic designer ed esperti di multimedia.

Incuriosito, ho da alcuni giorni installato la app e devo riconoscere che, tra gli applicativi legati al mondo della stampa che avuto modo di provare direttamente, Star Touch – questo il nome della app – risulta a mio parere uno dei più originali e riusciti.

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Una volta effettuato il download ho usato il mio ID Apple per entrare nell’edizione quotidiana del giornale (disponibile della 5:30 del mattino, sui 50 MB di peso). La navigazione tra i contenuti è davvero semplice e intuitiva: la pagina iniziale presenta 4 notizie (al centro il pezzo principale che nel caso del mio primo test riguardava la vittoria in Texas della squadra di baseball dei Toronto Blue Jays), organizzate in 3 colonne. Per procedere nella lettura è sufficiente, un po’ come su Flipboard, scorrere l’indice da destra a sinistra. Nella pagina, l’articolo è mostrato in una colonna a sviluppo verticale ed è posizionato sopra l’immagine di alcuni giocatori festanti alla fine del match (se, tenendo fisso il pollice, allargo l’indice sulla foto di sfondo, questa si ingrandisce a tutta pagina). Il testo di tanto in tanto è spezzato da citazioni esplicative in grassetto su sfondo colorato e, anche per questo, risulta molto leggibile. Sulla destra, la foto dell’autore dell’articolo che, al click, mostra la biografia del giornalista, il suo account Twitter e un form che, configurato con il proprio indirizzo email, consente di scrivere un messaggio a chi ha firmato l’articolo.

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La pagina seguente è un’inserzione a tutto schermo: interessante notare come il contenuto non sia statico ma permetta di interagire visualizzando 5 diversi prodotti (in una sorta di slideshow) e di visitare i relativi minisite (che si aprono a pop-up).
Continuando nella navigazione, ho trovato altri spazi pubblicitari di differenti formati che, se affiancati agli articoli, restano fissi non seguendo il testo nel suo scorrimento.
Da segnalare anche la pagina dedicata alla campagna elettorale per le elezioni federali: la schermata è composta da una galleria di 10 immagini disposte in due righe che sintetizza i momenti recenti più caldi della scena politica canadese.

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Ovunque ci si trovi è possibile, cliccando in alto sul logo della testata, capire a che punto del giornale si è e scorrere, in una carrellata orizzontale, le notizie precedenti e successive. In alto sulla sinistra, invece, affianco al logo per la condivisione dei contenuti, è riconoscibile l’icona delle live news, aggiornamenti rispetto a quanto si sta sfogliando i cui alert possono essere personalizzati sulla base di 4 tematiche (sport, business, entertainment e weather).

Più che piacevole risulta sfogliare le pagine per leggere i contenuti, ascoltare audio (bello il contributo sull’influenza di Shakespeare nella musica che permette di ascoltare brevi clip di differenti artisti), visualizzare foto, video o mappe.

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Non si tratta insomma della replica del quotidiano a stampa quanto piuttosto di materiale pensato e organizzato proprio per l’applicazione, in virtù di un approccio redazionale che scommette su storytelling, interattività e multimedialità.

Persa la sfida legata al paywall, il giornale ha deciso di puntare sull’allargamento della base di lettori più che sugli abbonamenti con il duplice ambizioso obiettivo di attirare l’interesse del pubblico giovane e di tornare a crescere sul versante introiti dall’advertising.

Slant: tu scrivi, noi ottimizziamo, tu guadagni

Img: slantnews.com

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Il mondo del giornalismo fatica a trovare soluzioni per superare la crisi che da alcuni anni attanaglia anche le redazioni storicamente più autorevoli. Se modelli capaci di far fronte alla progressiva erosione degli introiti pubblicitari latitano, ciò non significa che l’attuale momento per alcune persone non possa rappresentare un’opportunità. Questo deve aver pensato Amanda Gutterman – giovanissima responsabile editoriale proveniente da Huffington Post – quando, con il suo team, ha dato vita a Slant News, ambiziosa start-up di crowdsourced journalism. In cosa consiste il progetto? Nell’offrire l’opportunità, a chiunque voglia raccontare una storia, di guadagnare sulla base del traffico generato dal proprio contributo. Apparentemente nulla di originale, la retribuzione legata alle performance degli articoli – nello specifico al numero di click che il sistema di monitoraggio registra (a tutti gli effetti un modello pay-per-click) – è una strategia utilizzata da numerose testate per retribuire i propri collaboratori. In realtà, Slant News, partendo da una pratica ormai largamente collaudata, è caratterizzato da due aspetti piuttosto originali: a differenza di altre piattaforme riserva il 70% della percentuale dei guadagni a chi ha realizza l’articolo (offrendo all’autore un pannello di controllo tramite il quale monitorare l’andamento del proprio contributo in termini di visualizzazioni e condivisioni) e, soprattutto, supporta chi sottopone un pezzo con il lavoro del proprio team editoriale che, oltre a verificare le informazioni contenute, migliora la proposta ricevuta ottimizzandola per fare in modo che ottenga quanta più visibilità possibile. In che modo? Controllando stile e correttezza ortografica, ma anche suggerendo immagini di maggiore impatto, parole chiave, collegamenti ipertestuali o titoli più affini a social network e motori di ricerca.

Dopo i primi due mesi di test con un numero limitato di autori, dallo scorso 25 settembre Slant è una piattaforma aperta a chiunque voglia proporre il proprio articolo. Anche da mobile. Oltre all’accesso dal sito, infatti, Slant offre anche un’applicazione per iPhone e Android tramite la quale risulta molto semplice navigare tra i contenuti pubblicati e, in caso, sottoporre alla redazione il proprio contributo.
Se per stessa ammissione della Gutterman, Slant non vuole proporsi quale piattaforma per facili quanto rilevanti guadagni (l’idea alla base è piuttosto: “proponi la tua storia, ci adopereremo per renderla affine al web di modo da aumentare le tue possibilità di guadagno”), il progetto rappresenta sicuramente uno spazio tramite il quale avvicinare i giovani al mondo del giornalismo. Sia in qualità di fruitori delle notizie (il tono utilizzato da chi scrive è generalmente piuttosto informale e diretto) che di autori di articoli su cultura, politica e sport.

P.S.= visitando il sito non ho potuto non notare, negli spazi riservati alla pubblicità, le inserzioni del Financial Times che, anche nel magazine (probabilmente proprio in virtù del target giovane al quale si rivolge) cerca nuovi abbonati.

Se potessi avere un milione di abbonati al mese

Img: bostonglobe.com

Il New York Times, con un comunicato ufficiale pubblicato lo scorso 8 agosto, ha reso noto il superamento (a fine giugno) della quota di 1 milione di abbonati digital-only. Il risultato è stato ottenuto grazie al paywall, sistema che dal 2011 consente agli utenti non abbonati di fruire gratuitamente di un numero limitato di articoli del giornale al mese, richiedendo la sottoscrizione di un abbonamento per proseguire la lettura dei contenuti della testata. Al lancio, in un mondo – quello editoriale – che faceva della gratuità online una sorta di dogma della Rete, in pochi avrebbero immaginato che in poco meno di quattro anni e mezzo il NYT potesse raggiungere tale traguardo (anche il Wall Street Journal, a quota 900.000 abbonati, intravede la meta). Il presupposto che gli utenti potessero essere inclini a pagare per leggere informazioni disponibili senza costi in molte (altre) risorse su web non sembrava credibile a tal punto da superare il timore di un allontanamento repentino dei lettori dalla testata proprio in virtù di una richiesta economica all’epoca quanto mai inusuale. Nonostante i foschi presagi però, il NYT è riuscito a raggiungere per primo l’ambizioso obiettivo – una pietra miliare come l’ha definita Mark Thompson, presidente e CEO di The New York Times Company – frutto tanto di un giornalismo conosciuto ed apprezzato da anni nel mondo quanto di ingenti investimenti in innovazioni tecnologiche capaci, nel corso degli anni, di continuare a far eccellere la testata nonostante la forte concorrenza.
Se il traguardo del milione di abbonati certifica l’efficacia della strategia digitale del giornale (crescita nell’ultimo quarter, in termini di guadagni, del 14,2%) per paradossale che possa sembrare, la strada da fare per arginare la continua discesa degli introiti pubblicitari – che complessivamente, nonostante la crescita del comparto digital, negli ultimi quattro mesi hanno fatto registrare un -5,5% in virtù soprattutto di un nuovo ribasso della pubblicità a stampa – è ancora in salita, irta di difficoltà. Notevoli progressi sono stati fatti dal NYT per equilibrare il rapporto tra abbonamenti e pubblicità: ad oggi gli abbonati nella loro totalità (cartaceo e/o digitale) rappresentano il 55% dei guadagni complessivi della testata contro il 39% di revenue provenienti dalla pubblicità. Appare chiaro tuttavia che per gestire i costi dello sviluppo tecnologico necessario per competere con gli altri player, sia necessario lavorare ancora più assiduamente sulla quella enorme fetta di utenti che, visitato il sito del giornale, fruisce dei contenuti senza però siglare un abbonamento (in questo senso, quanto accaduto per la app NYT Now, è rappresentativo della difficoltà di attirare il pubblico giovane). Al momento, infatti, i “pochi” paganti (stime parlano di una percentuale nell’ordine di poche unità di abbonati in rapporto ai visitatori unici al mese fatti registrare dal sito) consentono anche ai non abbonati di fruire dei contenuti della redazione.
Vinta una “battaglia”, insomma, la “guerra” per veder crescere i guadagni del giornale resta ancora lunga. Nonostante gli sforzi, infatti, se il NYT negli ultimi anni (2014 e 2013) ha evitato il passivo nel computo dei guadagni totali della testata, ha visto una crescita flebile arrivata lo scorso anno a 0,7%.
Ancora troppo poco per dichiarare il modello del giornale come solido ed efficace anche sul lungo periodo.

Il futuro di Twitter nelle news più che nelle conversazioni?

Img: buzzfeed.com

Dallo scorso lunedì 3 agosto, per alcuni utenti statunitensi e giapponesi, tra le voci del menu orizzontale (Home, Notifiche, Messaggi e Account le opzioni sinora presenti) è apparsa anche la nuova icona News. Si tratta di un esperimento portato avanti dalla società californiana nel tentativo di offrire nuove e più semplici modalità per individuare i contenuti più interessanti. Una volta cliccato News, Twitter visualizza le notizie più discusse mostrandone l’origine (la testata), il titolo e un’immagine di anteprima. Scelta una voce, il messaggio si espande visualizzando, oltre a titolo e alla fonte, un blocco di testo dell’articolo e il link cliccando il quale leggere il pezzo. Come sottolinea un interessante articolo di BuzzFeed (tra le prime testate a riportare la notizia dalla nuova feature di Twitter), con questa mossa – e con il crescente interesse per gli eventi live – Twitter ha forse intrapreso definitivamente la strada che porterà la app a diventare una sorta di motore di ricerca di contenuti piuttosto che esclusivamente uno strumento per condividere informazioni. Il cambio di prospettiva, però, non è solo finalizzato a un miglioramento della cosiddetta user experience (e, quindi ad incrementare il numero della base di active user la cui crescita resta piuttosto lenta), alla base della decisione c’è sicuramente anche l’aspetto legato ai profitti. Il limite di Twitter per molti inserzionisti è oggi come oggi rappresentato dalla difficoltà di inserire messaggi pubblicitari all’interno di conversazioni tra utenti senza che questi siano percepiti come ostacolo al flusso comunicativo. Prevedendo una sezione apposita per le notizie (che in questa fase sperimentale non presenta advertising ed è appannaggio di un numero limitato di partner), è facile intuire come obiettivo di Twitter sia quello di offrire nuovi spazi di azione più efficaci a chi desidera pubblicizzare la propria azienda, rinnovando le possibilità di native advertising messe a disposizione dallo strumento.
Ad inizio aprile Twitter ha abbandonato Discover, superando la possibilità di individuare contenuti sulla base delle persone seguite e semplificando l’emergere di hashtag e argomenti di tendenza (che vengono elencati scegliendo lo strumento della lente per la ricerca in alto a destra) a livello più esteso.

Dopo Facebook e Snapchat, anche Twitter dunque punta sulle news offrendo ad un comparto media, sempre più competitivo, una più stretta collaborazione. Con la speranza che la sinergia possa essere win-win, proficua per entrambi i soggetti in gioco.

News Feed il segreto del successo di Facebook?

Img: newsroom.fb.com

 

Da alcuni giorni il team di Facebook ha annunciato una nuova modifica al News Feed, l’algoritmo che regola il flusso di notizie visualizzato dagli utenti. Se l’obiettivo resta sempre quello di mostrare le storie più interessanti per il profilo che le scorre, da alcuni giorni per il pubblico statunitense, all’organizzazione automatica dei contenuti si affianca la possibilità di personalizzare, almeno in parte, il controllo del flusso comunicativo. Ogni utente ha modo infatti di selezionare amici e pagine i cui contributi vedere prima, definendo quindi le proprie priorità.

La storia del News Feed è piuttosto interessante. Non solo perché ogni cambiamento nell’algoritmo che lo regola inevitabilmente finisce per influenzare ciò che ognuno di noi visualizza accedendo a Facebook, ma anche perché il News Feed è il fulcro del social network, sicuramente uno degli aspetti sui quali Mark Zuckerberg e soci investono molto.

Il lancio del News Feed è datato settembre 2006, prima Facebook – come suggerisce il nome –era essenzialmente una raccolta di profili nei quali gli utenti potevano indicare i loro hobby, la loro band preferita, caricare foto, scrivere nelle bacheche degli amici, ma nei quali alle diverse azioni non era data molta rilevanza. Con il diffondersi del social network gli sviluppatori si accorsero però che un numero sempre maggiore di utenti sceglieva di visualizzare la sezione dedicata alle modifiche dei profili degli amici. Gli ingegneri decisero così di semplificare la modalità in base alla quale restare informati circa gli aggiornamenti del proprio network di amici lanciando appunto News Feed.
Curiosamente, la novità non fu accolta benissimo: dando maggior risalto alle azioni – in tempo reale si iniziò ad essere informati su ogni singola modifica nei profili degli amici – gli utenti come mai prima si videro inondati di notifiche. Tanto che, non abituati, in molti si riunirono in gruppi quali “Students Against Facebook News Feed” chiedendo ai vertici del social network un passo indietro. Il malumore fu così acceso che lo stesso Zuckerberg si trovò “costretto” a tranquillizzare gli utenti invitandoli a vedere News Feed come una interessante modalità per restare informati sulle novità nella vita degli amici.

Con il debutto, nel 2009, del pulsante “like” attraverso il quale gli utenti iniziarono ad interagire con l’algoritmo alla base del News Feed (indicando al sistema i contributi più interessanti e ai quali dare maggiore visibilità) le dinamiche cambiarono notevolmente.

Dall’osservazione del comportamento degli iscritti, Facebook arrivò allo sviluppo, nel 2011, del cosiddetto EdgeRank, una formula più complessa per la gestione delle notizie da mostrare, in grado di “adattarsi” alle esigenze degli utenti differenziando ogni profilo sulla base (essenzialmente) di tre variabili: affinity, weight, decay. Con il parametro affinity l’algoritmo valuta le relazioni tra gli utenti misurando il grado di interazione tra i profili e premiando i contenuti di chi è riuscito a generare un numero maggiore di like, di commenti, di condivisioni; il concetto di weight, invece, fa riferimento alla tipologia di status: foto e video hanno la priorità su semplici link che a loro volta vengono visualizzati prima degli aggiornamenti di solo testo (anche commenti e like contribuiscono ad aumentare il “peso” di un contributo pubblicato); (time) decay, infine, valuta il tempo trascorso dalla messa online del contributo.

La ricerca di Facebook continua, gli aggiornamenti del News Feed sono ormai a cadenza (quasi) settimanale e oltre alla possibilità di personalizzare manualmente il proprio flusso di aggiornamenti, da alcune settimane l’algoritmo tiene in considerazione anche il tempo speso sul singolo post per valutare il grado di interesse di uno status (enfatizzando maggiormente i contenuti degli amici rispetto a quelli delle pagine).

Quindi presente e futuro passano sicuramente da News Feed. Non solo perché più efficace sarà l’algoritmo più tempo ognuno di noi spenderà su Facebook, ma soprattutto perché più attenzione il flusso informativo sarà in grado di catturare più introiti dagli inserzionisti il social network riuscirà ad ottenere.

Per i brand, la sfida per ottenere una relazione sempre più stretta con gli utenti è iniziata. Perchè ormai il “mi piace” può non bastare più.