Progressive Web App, la risposta di Google agli Instant Articles di Facebook

Img: theguardian.com

Catturare l’attenzione degli utenti, questa la primaria sfida di chi online si occupa di informazione (ma non solo).

Nel tentativo di aiutare le media company a centrale l’obiettivo, dopo un periodo di test con alcune selezionate testate, Facebook da aprile dello scorso ha iniziato a proporre gli Istant Articles, uno strumento che le testate, anche in Italia, hanno subito cominciato ad utilizzare con l’ambizione di sfruttare al meglio l’enorme bacino di potenziali lettori del social network di Zuckerberg.

Pubblicando le notizie direttamente su Facebook piuttosto che rimandare i lettori al proprio sito, gli editori hanno deciso di puntare in particolare sull’aspetto legato alla velocità che, secondo fonti interne al social network, risulta di ben 10 volte superiore alla “normale” navigazione web da mobile.

Con gli Instant Articles a migliorare in realtà è l’intera fruizione delle notizie – più interazione e una più intelligente multimedialità – ma è indubbio che proprio la rapidità sia l’aspetto dell’esperienza ad appagare maggiormente l’utente, predisponendolo in maniere più decisa non solo alla lettura del contenuto, ma anche alla sua condivisione.

Ai progetti di Facebook in termini di distribuzione dei contenuti non poteva non rispondere l’altro gigante del web, Google. Forte della propria esperienza con le Accelerated mobile pages (Amp), un protocollo aperto fatto testare a 30 editori (tra i quali la Stampa) che consente di realizzare pagine molto più “leggere” da caricare, l’azienda di Mountain View ha deciso di puntare sulle cosiddette Progressive Web App. Senza entrare troppo nel tecnico, si tratta di una nuova tecnologia che combina i lati positivi del web con quelli delle mobile app. Due degli esempi più noti sono da una parte il canale e-commerce Flipkart, dall’altra la compagnia aerea Air Berlin. Con il nuovo linguaggio è stato possibile per entrambe le realtà non solo velocizzare l’esperienza degli utenti rendendola più piacevole – e, quindi, più proficua in termini di engagement – ma anche offrire una navigazione più flessibile con notifiche e contenuti disponibili anche senza una connessione internet.

Pioniere per quel che concerne il settore media è il Washington Post che proprio sulla tecnologia di Google sta da mesi testando una versione beta del proprio spazio online. Per renderne più veloce la consultazione e per dare modo agli utenti, in caso di perdita temporanea del segnale, di continuare a fruire dei propri contenuti (il sistema in automatico scarica tutti gli articoli della sezione visitata in un preciso momento da un utente, come anche le pagine a cui i collegamenti del pezzo rimandano).

Anche il britannico Guardian ha voluto mettere alla prova la nuova tecnologia firmata Google: in occasione delle olimpiadi, il team USA del quotidiano, ha lanciato Rio Run, un podcast interattivo – ricco di contenuti giornalistici ma dal lato anche ludico oltre che informativo, con badge da sbloccare e medaglie virtuali da aggiudicarsi – per seguire il percorso della torcia olimpica in Brasile.

Se è vero che resta ancora qualcosa da migliorare in termini di compatibilità – come è lecito aspettarsi, le PWA funzionano molto bene su Chrome in ambiente Android, meno su iOS – in molti tra gli addetti ai lavori sono pronti a scommettere che le PWA, spostando l’attenzione ancor di più sull’ottimizzazione dei contenuti per il mobile, possano rappresentare una valida soluzione per proseguire l’innovazione del comparto legato al mondo dell’informazione.

Snapchat rinnova Discover. E diventa editore.

Snapchat continua il suo sviluppo e, con la nuova versione della app (9.32) rilasciata alcuni giorni orsono, ha rinnovato Discover (“Storie” in italiano), la parte dedicata ai contenuti editoriali delle testate che con il social network hanno deciso di sperimentare.

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L’aspetto della sezione è completamente cambiato: nella parte alta della schermata le notizie si possono scorrere con un menu orizzontale che mostra le anteprime dei contributi delle redazioni. Visualizzata tutta la galleria delle notizie disponibili, i vari pezzi vengono disposti, in stile Flipboard, in riquadri di differenti dimensioni che si possono navigare dall’alto verso il basso.

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Altre rilevanti novità che palesano l’interesse del social network verso il mondo dell’editoria sono da una parte la possibilità data agli utenti di potersi iscriversi ai diversi canali di modo da non perdersi nemmeno un aggiornamento, dall’altra la modalità di condivisione – tramite iMessage o mail – dei vari contributi di Discover.

L’ultimo tassello resta quello di consentire la misurazione dell’effettivo impatto dei contenuti sugli utenti. Come è lecito attendersi pare che anche da questo versante Snapchat si stia adoperando. Il social network sta lavorando, secondo indiscrezioni, ad un proprio sistema di monitoraggio che consenta a editori e inserzionisti di valutare il seguito generato dai propri contenuti. Inoltre pare che i vertici di Snapchat, in questi ultimi mesi, abbiamo avuto una fitta serie di incontri con comScore, realtà specializzata nella misurazione online, partner anche di Facebook per quel che concerne gli Instant Articles.

Tornando alla rinnovata schermata di Discover, se la parte alta è dedicata ai contenuti editoriali, la seconda metà dello schermo è riservata a contributi in tempo reale degli avvenimenti più partecipati. Anche sul fronte “live”, Snapchat non ha lesinato investimenti per continuare a far crescere il proprio bacino di utenti. Il social network ha infatti siglato un accordo di 3 anni con la direzione di Wimbledon per poter così proporre alla propria community contributi legati al torneo di tennis durante gli incontri (Snapchat ha raggiunto analoghi accordi con la MLB statunitense, per quel che concerne il baseball e la Ligue 1 per quel che riguarda il calcio).

Ultima, ma non meno interessante notizia legata a Snapchat, fa riferimento al fatto che il social network si appresta a diventare anche editore. Il prossimo 27 giugno, infatti, sarà lanciato Real Life, il magazine dedicato alla tecnologia (e al modo di viverla) che, pur promettendo di mantenere una linea editoria indipendente, sarà riconducibile in tutto e per tutto al social network con sede a Los Angeles.

Piccoli fantasmini (continuano) a crescere. E iniziano a fare paura.

Un nuovo giorno che tarda ad arrivare

Img: newstatesman.com

Trascorse solo nove settimane dal lancio di The New Day, il progetto del nuovo quotidiano inglese è già arrivato al capolinea. A darne l’annuncio Alison Phillips, la responsabile dell’ormai ex-quotidiano cartaceo che su Facebook ha spiegato come, nonostante l’impegno e il supporto ricevuto, il giornale non abbia saputo far fronte alle aspettative in termini di copie vendute (delle 200.000 copie giornaliere auspicate, a poche settimane dal lancio, le vendite si sono stabilizzate a quota 40.000). Politicamente neutrale, con un maggior spazio per le notizie “positive” e con un ridotto numero di inserzioni pubblicitarie, The New Day nutriva l’ambizione di far breccia su un pubblico giovane (in particolar modo femminile) con un “prodotto” di facile e veloce lettura, una sorta di versione “alleggerita” del Daily Mirror, il “fratello maggiore” del gruppo Trinity. Per raccogliere consensi e tentare di imporsi sin da subito, il giornale non aveva lesinato su investimenti pubblicitari e sul coinvolgimento di nomi noti quali, nel primo numero, il Primo Ministro David Cameron (con un articolo pro-Europa) l’ex attaccante del Liverpool e della nazionale inglese, Robbie Fowler.
L’ironia del destino ha però voluto che lo slogan del nuovo giornale – Life’s short, let’s live it well – si concretizzasse in coincidenza della diffusione dei dati dei primi tre mesi del 2016 relativi al gruppo editoriale di riferimento. Percentuali che, come forse era auspicabile aspettarsi, segnano un nuovo calo degli introiti del gruppo Trinity Mirror (-8,6%), un ulteriore rallentamento dei guadagni dalla pubblicità su carta (-19%) e dalla vendita dei giornali (-4,5%). L’unica voce positiva è risultata quella legata alla digital audience degli spazi online del gruppo, in crescita del +15,7%. Alla quale però il The New Day non ha per nulla contribuito in quanto, al lancio del giornale, per paradossale che possa sembrare, la redazione decise di non prevedere un sito web legato alla nuova testata.

James Wildman, chief revenue officer di Trinity Mirror Solutions, commentando quanto accaduto, si è definito orgoglioso di far parte di una realtà pronta a rischiare nel tentativo di (r)innovare. Un gruppo che farà sicuramente tesoro della “breve ma intensa” esperienza del New Day per continuare il proprio processo di diversificazione, per migliorare la distribuzione (da molti addetti ai lavori indicata come una delle principali carenze che hanno portato alla chiusura anticipata del giornale) e il packaging dei contenuti.

Dichiarazioni evidentemente di rito che però omettono un aspetto della vicenda tutt’altro che secondario: sono stati gli stessi analisti del Trinity Mirror ad avvallare il progetto prevedendo erroneamente che il The New Day potesse iniziare a guadagnare già entro l’anno. Salvo poi essere smentiti dai vertici del gruppo che, dopo poco meno di due mesi, hanno deciso di arginare le perdite mettendo fine all’esperimento. Sfida che evidentemente, visto il repentino cambio di programma, a loro avviso non aveva basi poi così solide sulle quali svilupparsi.

I giornalisti delle testate concorrenti, pur rammaricati per l’ennesima concreta dimostrazione della crisi del comparto editoriale, probabilmente non si stanno strappando le vesti per la chiusura anticipata di The New Day. Fosse passata l’idea che è sufficiente un team di 25 persone per produrre un quotidiano cartaceo di successo in un breve lasso di tempo, molto probabilmente ciò avrebbe dato il là a numerosi licenziamenti nel nome di riorganizzazioni giustificate da una presunta miglior efficienza oltre che dal contenimento dei costi.

Ciò che è accaduto dimostra ancora una volta quanto risicate siano le certezze del settore legato alla stampa. Nel quale anche una realtà di grande esperienza nell’ambito informativo dà la sensazione di brancolare nel buio nel tentativo di fermare quello che ad oggi sembra un inesorabile declino.

E’ la stampa (di oggi), bellezza.

The Atlantic, non tutto il native vien per nuocere

Img: associationsnow.com

Nell’aprile del 2105 il magazine The Atlantic decise di rinnovare la grafica del proprio sito web puntando su una homepage con una struttura composta da semplici riquadri di foto+titolo, efficace anche se fruita da mobile, da navigare sia nella tradizionale modalità verticale che in quella orizzontale.

Un anno dopo, il giornale torna a far parlare di sé tra gli addetti ai lavori del comparto media per tre ragioni: in primo luogo, per la decisione di realizzare (in collaborazione con l’agenzia Wieden Kennedy) una campagna pubblicitaria con l’obiettivo di allargare il pubblico di lettori; in seconda istanza, per il progetto A&Q (la redazione ha individuato una 15ina di domande legate a problemi di ordine pubblico, dalle armi al clima, dalla gravidanza giovanile all’immigrazione clandestina, attorno alle quali sviluppare approfondimenti, chiedendo ai lettori di suggerire altre questioni sulle quali riflettere); infine per ciò che concerne la propria offerta di native advertising.

Secondo le parole rilasciate a digiday.com da Hayley Romer, vice presidente di The Atlantic, la cosiddetta pubblicità nativa punta a rappresentare quest’anno il 75% dei guadagni del giornale con un incremento stimato del 15% rispetto alle cifre del 2015, frutto anche di un consolidamento del team marketing che si occupa dei contenuti sponsorizzati – Atlantic Re:think – che può oggi contare su 32 persone.

Sembrano insomma lontani i tempi dei primi esperimenti del giornale in ottica native adv quando il contenuto sponsorizzato con oggetto Scientology diede il là ad aspre critiche da parte dei lettori tanto da spingere la direzione a pubblicare una lettera di scuse agli utenti nella quale fare ammenda per quanto accaduto (ammettendo un errore di valutazione della policy che all’epoca non prevedeva una così netta distinzione tra il contenuto pubblicitario e quello prettamente informativo). Dopo quello “scivolone” la testata decise di lavorare assiduamente per ripristinare la propria credibilità accettando di impegnarsi esclusivamente in progetti in grado di rappresentare valore per i lettori. Questo approccio “audience first” ha portato il giornale a focalizzare le risorse disponibili al fine di identificare i contenuti capaci di attirare l’attenzione degli utenti e, quindi, di avere un impatto concreto per gli inserzionisti (di fatto con il nuovo design i contenuti sponsorizzati sono diminuiti anche se risultano più corposi).

Uno degli esempi di successo in tal senso è l’articolo realizzato in occasione dei cento anni di Boeing che, con testi accompagnati di numerose gallerie fotografiche, ripercorre la storia dell’industria aerospaziale. Dal punto di vista grafico si tratta di qualcosa di completamente differente dal materiale informativo, immediatamente riconoscibile quale contenuto sponsorizzato. Contenuto che ha fatto registrare un buon livello di engagment arrivando a totalizzare oltre 7000 condivisioni su Facebook.

Con il diffondersi dei software ad blocker capaci di bloccare i messaggi pubblicitari rendendoli di fatto invisibili agli utenti, sono molte le realtà editoriali che considerano il native advertising – anche in virtù della sua perfetta compatibilità con il mobile – una delle (poche) armi a disposizione delle testate per far fronte al calo delle entrate registrato negli ultimi anni.

Ecco perché The Atlantic prosegue le fasi di test e sviluppo in modo da mettere a punto forme di native advertising capaci di funzionare quali leve di coinvolgimento degli utenti non solo in termini di interazione con il contenuto – click e condivisioni risultano difficili da ottenere per materiale etichettato come pubblicitario – quanto piuttosto in merito al tempo “speso” con il contenuto.

Lasso di tempo che Polar – piattaforma specializzata nella distribuzione contenuti legati al native adv – ha stimato aggirarsi, in media, in 2 minuti e 41 secondi. Intervallo di tempo che The Atlantic – a detta della stessa redazione di Washington – ha praticamente raddoppiato surclassando realtà molto quotate per quel che riguarda il native advertising quali BuzzFeed e Mashable.

The New Day: il giornale di carta per l’epoca digitale

Img: thedrum.com

Dopo l’articolo su The Independent delle scorse settimane, torno ad occuparmi della stampa d’Oltremanica. Oggetto del mio approfondimento è stavolta The New Day, il nuovo esperimento firmato Trinity Mirror, lanciato lo scorso 29 febbraio. Si tratta di un quotidiano in edicola dal lunedì al venerdì, il primo giornale cartaceo a pagamento lanciato nel Regno Unito dal 2010. Sono state ben 2 milioni le copie distribuite gratuitamente il primo giorno, precedute da una robusta campagna mediatica che ha visto anche l’utilizzo di radio e tv (5 i milioni di sterline spesi per la pianificazione dell’attività pubblicitaria a supporto del lancio del quotidiano).
Un giornale nuovo nell’approccio e nel formato: non politicamente schierato, senza editoriali né sito web (ma con profili Facebook e Twitter), The New Day è un giornale di 40 pagine appositamente pensato per essere letto in una 30ina di minuti, tempo questo ritenuto il più opportuno in considerazione del “bombardamento” mediatico al quale ognuno di noi è quotidianamente sottoposto.
Anche il linguaggio risulta rinnovato rispetto a quello degli altri giornali: il target di riferimento ha un’età compresa tra i 35 e i 55 anni, persone che – secondo le parole di Alison Phillips, direttrice di The New Day – non comprano più i giornali non perché abbiano smesso di apprezzare la carta stampa, quanto piuttosto perché in edicola non trovano ciò che possa assecondare le loro esigenze.
Un progetto ambizioso, strutturato per riempire il vuoto lasciato dal The Indepenent (che ha optato per il solo online) ma che può essere definito low-cost: le notizie sono le medesime del Daily Mirror e dal Mirror Online, (ri)elaborate dallo staff di 25 giornalisti della nuova testata.
L’obiettivo dichiarato dall’editore – Trinity Mirror ha appena reso noti ricavi in discesa anche per il 2015 – è quello di diventare profitable entro il 2017, attestandosi auspicabilmente sulle 200.000 copie vendute al giorno.

Anche la politica di prezzo, nella sua formulazione, risulta piuttosto aggressiva: dopo la distribuzione gratuita del giorno del lancio, da calendario, il prezzo di The New Day avrebbe dovuto restare per due settimane di 25 centesimi di sterline salvo poi attestarsi sui 50 centesimi.

Il secondo giorno a pagamento, il mercoledì successivo al lancio, il quotidiano ha venduto 148.000 copie, -4% rispetto al giorno precedente. Nel corso dei giorni a seguire le copie sono ancora scese, stabilizzandosi attorno alle 90.000 copie, motivo per il quale l’editore ha deciso di congelare ancora per “qualche settimana” il prezzo di 25 cent, evitando di raddoppiare la cifra per non perdere ulteriori lettori (contemporaneamente, l’editore ha anche scritto una lettera agli edicolanti, chiedendo il loro supporto nella distribuzione del giornale).

Insomma, il progetto a meno di un mese dal lancio deve già affrontare le prime difficoltà. E se all’interno della redazione tutti sperano si tratti di una “normale” flessione dopo i primi giorni di grande visibilità del giornale, qualcuno tra gli addetti ai lavori segnala come in realtà possa non trattarsi di qualcosa di banale. Un’altra delle novità del quotidiano è infatti quella di dar poco spazio alla pubblicità (e di non darlo per nulla agli annunci a pagamento). Motivo per cui il dato delle copie vendute risulta di capitale importanza. Soprattutto se, come riportato dal Guardian, gli spazi pubblicitari di The New Day sono stati proposti agli inserzionisti con la garanzia di un’audience di almeno 200.000 copie, pena il rimborso del 50% di quanto stanziato in advertising.

La speranza che The New Day non si dimostri un azzardo resta ancora viva. Ma la strada per il giornale, alla luce dei primi risultati, se possibile pare ancora più in salita.

Quartz, la app di notizie in stile chat

Img: theverge.com

Da alcune settimane sto provando Quartz, applicazione per iOS (la versione per Android è in fase di realizzazione) proposta dallo scorso febbraio dall’omonimo sito di notizie del gruppo Atlantic Media. Avevo letto qualche tweet a riguardo, ma non avendo approfondito, il primo utilizzo mi ha davvero spiazzato. Il progetto, infatti, a differenza di altri applicativi per mobile, fa proprio l’approccio comunicativo degli smartphone proponendo le notizie sottoforma di (brevi) messaggi di una chat. Una volta ricevuto il saluto di benvenuto, viene mostrata la sintesi di una notizia, una sorta di strillo di due righe di testo, sotto la quale due pulsanti blu permettono all’utente di interagire: quello di destra consente di passare alla notizie successiva, quello di sinistra permette invece di approfondire quanto sintetizzato in precedenza. Appaiono così dei messaggi di testo (un po’ più corposi) che sviscerano la notizia ed eventualmente rimandano per ulteriori approfondimenti ad un sito esterno alla app (e talvolta anche alla redazione). Letti i contenuti, si passa alla notizia successiva che, come la precedente, si può decidere di approfondire o di saltare.
L’aspetto singolare non sta solo nella modalità conversazionale di proporre al pubblico delle notizie su temi non necessariamente leggeri – ad esempio, su politica ed economia – ma di farlo utilizzando, oltre che un numero ristretto di caratteri, un linguaggio tanto sintetico quanto efficace ben supportato dall’uso di emoticon, grafici e gif animate che rendono ancora più immediata e accattivante la fruizione delle news.
Terminata la sessione – di solito dopo sei notizie – la app invita a tornare in un secondo momento per altre news (configurando la app è possibile attivare le notifiche automatiche rispetto a nuove news da leggere).
A margine di una news può capitare di imbattersi in un messaggio pubblicitario (Mini è la prima azienda ad aver creduto nel progetto): un piccolo banner che in piena ottica native adv si “mimetizza” tra le notizie ma che non risulta invasivo né mina l’usabilità della app.

Le notizie, scritte ad hoc da redattori capitanati da Adam Pasick (i “messaggi informativi” non risultano copia-e-incolla del materiale di qz.com), sono veicolate sottoforma di chat da un bot (un software che gestisce l’interazione con l’utente) e hanno l’obiettivo di informare e al contempo intrattenere. La app può essere consultata in treno, in metro, aspettando in fila al supermercato: i contenuti sono fruibili con una velocità e con una facilità davvero notevoli.

Se per stessa ammissione dell’executive editor Zach Seward, gli sviluppi di Quartz al momento sono difficilmente prevedibili perché ad oggi l’aspetto interessante è quello legato alla studio del comportamento degli utenti, sono pronto a scommettere che la app sarà in grado di fornire indicazioni utili alle testate giornalistiche, sempre più interessate al traffico da mobile e a raggiungere i lettori attraverso applicativi di messaggistica quali (multi)chat e social network.

Giornali su Facebook, la sperimentazione continua

Img: niemanlab.org

In più occasioni nel blog ho parlato degli Instant Articles, l’innovativa soluzione testata da Facebook con alcuni selezionati partner del comparto media. Sono stato felice di constatare come le sperimentazioni dei giornali con il social network di Mark Zuckerberg in realtà non si limitino alle soluzioni più gettonate (e dibattute) ma, nel tentativo di incontrare l’interesse e le modalità di fruizione più affini ai lettori, possano anche prevedere un certo grado di “creatività”. Due gli esempi ai quali, più degli altri, mi riferisco.
Il primo – e forse quello un po’ più scontato dopo i test delle notizie via Whatsapp – è quello del quotidiano tedesco Bild, il secondo – a mio modo di vedere molto originale – quello del Boston Globe.

Per quel che concerne il giornale fondato da Alex Springer, la redazione ha iniziato a sperimentare l’invio di un numero limitato di notizie attraverso Facebook Messanger. Sfruttando le news sportive legate al calcio mercato (la cui finestra invernale si è da poco conclusa anche in Germania) e, in una sorta di secondo canale tematico, le informazioni legate a un reality show ora in onda nel Paese, gli utenti iscritti al sistema vengono informati dal giornale circa le principali notizie mediante dei messaggi consultabili nella propria casella su Facebook. Al di là dei numeri dei partecipanti all’esperimento (la pagina Bild Ticker ha raccolto sinora poco meno di 700 like) e del fatto che non si tratta di contenuti esclusivi ma di semplici rimandi a pezzi visibili nel sito della testata, il progetto mi pare comunque interessante da seguire. Se da un lato il progetto può risultare invasivo vuoi per un numero di messaggi percepito come eccessivo, vuoi perché le news giocoforza si mescolano a conversazioni della propria sfera privata, i messaggi, proprio perché diretti e “personali”, potrebbero risultare efficaci in termini di partecipazione. Messenger in questo senso, rappresenta la frontiera da poco sdoganata e aperta dal social network agli sviluppatori per creare nuove esperienze interattive.

Il Boston Globe, invece, ha pensato di iniziare a utilizzare con maggiore efficacia (e intelligenza) una tab che in alcune pagine Facebook non risulta nemmeno visibile. Usando le Note il quotidiano della capitale del Massachusetts propone una sorta di newsletter dedicata alle primarie per la presidenza degli Stati Uniti: una pagina molto semplice, con testi (normali e in grassetto) e link al sito del giornale (la sezione note non consente molta libertà di manovra, niente embed di video di YouTube o foto di Instagram). Anche in questo caso il test, al di là del numero di like e di condivisioni, può rappresentare un primo passo verso una modalità alternativa di confronto tra utenti e testate giornalistiche. Dallo scorso settembre la sezione Note è stata “riesumata” da Facebook che l’ha resa più flessibile (e personalizzabile) e, come i più “nobili” Instant Articles, pare faccia registrare tempi di caricamento dei contenuti molto rapidi, aspetto tutt’altro che secondario soprattutto in virtù del crescente numero di utenti da mobile.

Forse i due esperimenti citati non risulteranno di immediato né rilevante impatto sul pubblico ma evidenziano una volta di più l’interesse delle testate nei confronti di Facebook, strumento principe nella quotidianità digitale di moltissimi utenti.

Video e live streaming: la frontiera è oltre la TV

Img: fastcompany.com

Quando nelle scorse settimane ho approfondito la questione dell’arrivo in Italia del paywall (pare proprio ufficiale: dal 27 gennaio su corriere.it), leggendo il piano presentato dai vertici di RCS MediaGroup ho appreso anche la notizia della chiusura di Gazzetta TV. Non sono mai stato uno spettatore del canale 59 del digitale terrestre, ma in quanto accaduto alla redazione guidata da Claudio Arrigoni ho ritrovato un’analogia con le ultime decisioni in merito a HuffPost Live, progetto di notizie in live streaming attorno al quale recentemente si è discusso in termini di ridimensionamento e ripensamento del progetto. Si tratta di due realtà molto diverse, sia dal punto di vista “anagrafico” – Gazzetta TV è nata nel febbraio 2015, HuffPost Live è stato lanciato nel 2012 – sia in merito a audience (mentre HuffPost Live ha contribuito non poco alla crescita dello spazio informativo di Arianna Huffington, Gazzetta TV è rimasta lontana dai 0,7% punti di share che erano stati indicati come traguardo per il 2015) ma i due progetti sembrano avere alcuni aspetti in comune.

In un periodo nel quale è il video il formato più in crescita, sembra quasi un controsenso che canali con approfondimenti in diretta raccolgano invece così pochi favori. Viene da chiedersi, insomma, come mai Facebook (con Live Mentions) e Twitter (con Periscope) abbiamo deciso di investire anche sul live streaming quando invece per le redazioni, le dirette sembrano risultare troppo esose rispetto ai ritorni generati.

La risposta credo si possa trovare nel memo scritto dalla direzione di Huffington Post per annunciare al team l’unione delle varie unità dedite alla realizzazione di contenuti video (HuffPost Live, HuffPost News, HuffPost Originals e HuffPost Rise) in un unico team. Il testo, dopo aver sottolineato l’importanza di HuffPost Live nel consolidamento della social experience della testata (32.000 ospiti di oltre 100 Paesi, 3 miliardi di visualizzazioni totali), pone l’accento – senza troppi giri di parole – sui cambiamenti intercorsi negli ultimi anni riguardo alle modalità di consumare e diffondere i video che hanno portato alla decisione di sostituire alle quotidiane 8 ore live, la realizzazione di video “singoli” più facilmente oggetto di condivisione da parte degli utenti. Ciò non certifica la fine delle dirette, che continueranno a seguire i principali avvenimenti politici e culturali, ma di certo evidenzia come il mondo dei video sia tanto in rapida ascesa quanto in veloce evoluzione.

Uno degli ultimi esempi di successo firmato HuffPost è il video 48 Things Women Hear in A Lifetime (That Men Just Don’t), un contributo di un minuto e mezzo, diffuso su Facebook, capace di raccogliere oltre 28 milioni di visualizzazioni e oltre 10 mila commenti. Questo dimostra come sia importante considerare anche le specificità della piattaforma per fare in modo che il contenuto possa ambire a diventare “virale”. Ecco perché la nota su HuffPost Live cita espressamente la necessità di creare video tailor-made per i vari strumenti: la comunicazione su Snapchat e YouTube, piuttosto che su Facebook e Twitter, è differente e, per rispondere a un diverso pubblico, non può risultare indifferenziata.

A ben vedere, i fattori critici non riguardano esclusivamente aspetti quali la “durata” o la ”compatibilità” rispetto a una determinata piattaforma. La questione probabilmente è più profonda ed è legata al linguaggio e, in generale, al format dei video delle dirette. Uno studio, ospiti più o meno noti a commentare quanto accade… forse è proprio il proporre online la grammatica dalla TV il principale ostacolo al successo di video che risultano interessanti ma non a tal punto da innescare meccanismi di passaparola e diffusione rapida e a macchia d’olio dei contributi.

La sfida, in altre parole, è quella di pensare al formato video online (anche) oltre e lontano dalla TV che conosciamo.

Facebook Instant Articles: l’immediatezza che genera valore?

Img: media.fb.com

Lo scorso 16 dicembre, a poco meno di una decina di giorni dal Natale, Facebook ha comunicato di aver esteso anche agli smartphone Android la visualizzazione degli Instant Articles. La fase di test, iniziata lo scorso ottobre con i dispositivi iPhone si è dunque conclusa con successo: sulla base di quanto comunicato sono salite a 350 le testate che lavorano con Facebook al progetto (poco meno di una 10ina le italiane), più di 100 delle quali pubblicano quotidianamente i loro articoli con questo nuovo strumento messo a punto dall’azienda californiana per venire incontro alle esigenze dei media.

La collaborazione tra le redazioni e Facebook, iniziata a metà degli anni Duemila con grandi investimenti, nel corso del tempo, con le evoluzioni del newsfeed e il conseguente ridimensionamento della visibilità degli utenti rispetto ai contenuti pubblicati, ha deluso parte delle aspettative riposte dai giornali nel social network.
Molte testate hanno infatti nel corso del tempo visto scendere il traffico ai loro siti e Facebook, considerato talvolta, in un eccesso di ottimismo, una panacea per i giornali, ha finito per diventare uno strumento di routine ma non efficace quanto auspicato nel risollevare le sorti delle testate.
Facebook ha tuttavia sempre strizzato l’occhio al comparto media, le news rappresentano “risorse” ideali da condividere, contenuti che possono contribuire ad aumentare il tempo speso dagli utenti nel social network.
Ecco perché i vertici dell’azienda hanno deciso, nei confronti dei giornali, di porsi in una rinnovata veste, più come piattaforma che come “rete di profili”: caricando i contributi direttamente su Facebook, senza rimandare a spazi esterni, e seguendo le direttive per ciò che concerne gli aspetti grafici degli articoli, la fruizione dei contenuti risulta più veloce – fattore questo discriminante nella navigazione da mobile – e decisamente più appagante in termini di interazione e di gestione di testi ed elementi multimediali che risultano ottimizzati per rendere al meglio (vedi video ufficiale).

Se uno studio di NewsWhip su 19 articoli istantanei del New York Times pare dimostrare l’efficacia dello strumento nel moltiplicare condivisioni, “mi piace” e, soprattutto, commenti rispetto ai “tradizionali” link ai pezzi diffusi nelle pagine, resta ancora da capire se gli Instant Articles funzionino anche in termini di ad revenue, se in altre parole possano aiutare le testate a fare in modo che gli articoli non solo generino un maggiore tasso di interazione dei lettori ma siano anche in grado di incrementare gli introiti dei messaggi pubblicitari che negli Istant Articles trovano spazio.
Questa credo sia per Facebook una delle sfide da vincere nell’anno appena iniziato.
Anche perché alcune delle testate che sin da subito hanno appoggiato il progetto hanno invitato il social network a rivedere parte delle proprie posizioni giudicando troppo restrittive le linee guida che regolano il rapporto tra redazioni e social network nell’ambito pubblicitario. Un primo momento, ad esempio, non erano previsti “rich media” (inserzioni multimediali) ma solo banner 320 x 500 pixel ogni 500 parole di testo.

Come indicato nella bella intervista di NiemanLab a Michael Reckhow, product manager Instant Articles, resta ancora molto da fare per definire nel migliore dei modi la “forma” più adatta per venire incontro alla esigenze degli editori supportandoli nel costruire strumenti sempre più efficaci nel catturare l’attenzione dei lettori di Facebook. Ma la strada intrapresa sembra quella buona.

Il 2016 l’anno del paywall anche in Italia?

Img: wired.it

Gli ultimi giorni dall’anno, almeno per quel che concerne il panorama editoriale italiano, sono stati movimentati dall’annuncio dell’imminente lancio del paywall per il Corriere della Sera. Da anni si ricorrono le voci sull’esordio di questo tipo di strategia da parte dei principali quotidiani nazionali (su Twitter, per esempio, io stesso ho rilanciato un articolo datato ottobre 2013 che annunciava scelte che ad oggi non hanno avuto seguito) ma, in occasione della presentazione del piano industriale del Gruppo RCS, si è data molta enfasi alla decisione che dovrebbe concretizzarsi entro la fine del prossimo gennaio.

Alla base del progetto, tre (macro)obiettivi che il Gruppo si è dato: sostenibilità economica, trasformazione del proprio business, crescita futura. Tra le azioni che la Direzione ha deciso di intraprendere quella chiamata “Oltre il digitale” cita espressamente il paywall quale “nuovo modello di abbonamento per monetizzare in modo adeguato i contenuti, conoscere e fidelizzare il lettore”.

Dalle (poche) parole di chi ha presentato l’ambizioso progetto ancora non emergono i dettagli. Si è sottolineata la necessità di pagare i contenuti di qualità, l’importanza della sperimentazione anche in Italia, la flessibilità della formula che prevederà più combinazioni e lo spessore di un’iniziativa che ha attinto dalle best practice internazionali.

Il punto di riferimento, pare assodato, sarà il metered paywall, una soglia di sbarramento agli articoli gratuitamente fruibili non rigidissima che, nelle sue forme di maggiore successo, consente, ad esempio, di leggere gli articoli anche una volta superato il limite definito se si arriva ai contributi da un link condiviso nei social media o di preservare l’accesso alle gallery multimediali – foto e video – senza limitazioni. Un muro non completamente “impermeabile” dunque che potrebbe prevedere un numero massimo di articoli (10 articoli al mese?) da leggere gratuitamente, richiedendo la registrazione per aumentare senza spese il numero di articoli gratis di alcune unità (10 + 5 al mese?) superati i quali sarà invece necessario sottoscrivere un abbonamento al giornale.

In questo modo il passaggio da una lettura completamente gratuita a una formula più restrittiva risulterebbe probabilmente meno brusco e, almeno in linea teorica, eviterebbe un crollo degli accessi al sito della testata preservando al contempo la raccolta pubblicitaria digitale.

Non si tratta certo dell’unico elemento di “cambiamento” prospettato, altre azioni a programma sono, ad esempio, il ritrovato interesse per hyperlocal oltre al focus sulla trasformazione data-centrica per conoscere e interpretare al meglio il bacino di utenti. Ma forse sarà proprio il paywall quello che, almeno nell’immediato, avrà l’impatto più rilevante sui lettori e sugli altri “attori” del panorama giornalistico nazionale.

Quanto recentemente accaduto con il Toronto Star e con il Sun, quotidiani che hanno rivisto la propria strategia abbandonando il paywall sul quale avevano deciso di puntare, sembrano prospettare un inizio in salita per il quotidiano milanese, soprattutto in considerazione del prestigioso quanto impegnativo ruolo di “rompighiaccio”, prima testata italiana a sperimentare il paywall.

In questo senso, un dettaglio mi ha dato da pensare. Degli otto punti elencati per raggiungere quanto stabilito dal Piano Industriale, il messaggio ufficiale di RCS liquida piuttosto sbrigativamente il primo punto che rispetto agli altri, pur aprendo l’elenco, risulta fumoso. In maniera generica si fa riferimento all’obiettivo di “ridurre i costi, preservando investimenti e qualità”. Ecco, forse mi sarei aspettato un più audace quanto netto riferimento ad un ulteriore aumento della qualità rispetto a una “difesa” dell’attuale approccio che mi sembra emergere tra le righe del comunicato. Perché per convincere i visitatori di corriere.it ad abbonarsi al quotidiano rinunciando alle notizie gratuite di altri spazi informativi è probabilmente necessario far loro percepire ancora meglio il valore aggiunto che solo il Corriere delle Sera può offrire. In termini di obiettività, di approfondimento delle analisi, di autorevolezza. Lo status quo da solo non è sufficiente.